Autodenuncia di una agnostica spiritualità

Pubblicato il 14 giugno 2026 alle ore 17:57

Autodenuncia di una agnostica spiritualità

 

Qui sono, in autodenuncia di una agnostica spiritualità.

Non ho un Dio a cui aggrapparmi, da pregare, con cui parlare o confessarmi.

Non a Lui le mie sofferenze, non le orgogliose confidenze.

Non un Dio a interagire con la mia disperazione.

Non una religione che argomenti il mio animo intenso.

Solo l’agnostica spirituale che Dio lo cerca nella notte del proprio cuore e trova solo la propria anomala condizione.

E mi sento solo! penso, rifletto, scrivo.

Spontanea ora, l’autodenuncia di questa Solitaria Via che, se non conduce alla follia, alla morte o le manifestazioni consuete e più inconsulte d’una violenza, nel proseguire il cammino della vita, poi a condurre alle parvenze di una possibile illuminazione?

E sarà come sarà che sarai?

Cedere, mollare, inciampare nel caso o camminare verso il proprio destino?

Sia come sia, sono agnostico e spirituale più che mai.

Poi, la si anela una compagnia che ancora non so cosa sia.

La solitudine la mia abitudine, il cuore sull’incudine.

Solo e solitario, senza un limite nei propri stipiti?

Il Fare non per il proprio immediato tornaconto, sentito per vile e pure profondamente incivile.

Per il futuro invece, per i tutti, in una visione globale di tutte le cose, del mondo, della vita e dell’uomo.

Non amo, detesto e sopporto appena, con difficoltà, a stento contenute, le tentazioni della vita quotidiana, l’immaginazione che pure pensa al vivere comodo e facile, le proprie sensate convenienze.

Poi, l’interesse sfrontato che mi chiede “Non ti piaccio?”

Per questo cuore, aneliti del momento mai significanti.

In realtà, qui esprimo il forte desiderio del non dovere essere costretto nemmeno a percepire la possibilità della vile fattibile corruzione, quale essa sia.

Il vedersela di fronte, esserne interpellato, già è offesa sanguinosa che sul mio cuore pesa.

In tal senso, preferirei essere preso e chiuso a vita in una camera e privato della mia libertà.

Così, mantenendo al massimo il certo controllo del mio ostinato pensiero, in tutte le sue opinioni.

Libero di scrivere responsabilmente, il mio cane accanto, però io chiuso nella stanza, Cleo, chi è che me la porta a fare la passeggiata?

Il perché di tutto questo lo dice il grido mio interiore: fuori tutti dai coglioni.

Voi con i vostri deliziosi interessi, i consigli, le parole in libera incoscienza, con tutte le ipocrisie e le incoerenze annesse e connesse.

Per il mio cuore di spessore, questa è chiaramente una società disturbata nei fondamenti delle sue radici.

Urge un dottore, uno psichiatra o un Dio d’urgenza per questa umanità folle, il Dio che non risulta e non sapere che cazzo fare?

Così si scrive, scrivendo il proprio cuore.

Problemi, affanni, travaglio perenne, dolore, disperazione?

Per compensare questa difficile sopravvivenza, da tempo assumo droga a dosi sempre più massicce: poesia e spiritualità le specialità in fase di tossicodipendenza.

E mai droga potrebbe essere più nitida, più influente o devastante, intensa… ammazzarsi, impazzire o la violenza sugli altrui, sempre sinonimi di resa incondizionata.

Poesia e spiritualità dunque, quale sfogo, via d’uscita, diversivo o duro espediente, suggestive droghe quale soluzione a questa vita.

Però, più in alto dell’elevato stato dove sono ora… non posso andare oltre.

Perché che cosa c’è oltre, forse lì esiste solo Dio.

Utile si direbbe lo staccare la spina all’afflizione che mi stimola e spinge o costringe a salire sempre più in alto, nella vana speranza di eludere la tentazione o le occasioni della vita, tra il sado e il maso, nel piacere di resistere?

Non il vile Paradiso poi, io ora.

Sulle ali della fantasia, il dolore a parlare tramite la poesia più sensibile e più dura, nell’avventura della imperterrita scrittura.

In una società di merda, fondata sull’apparire, le ipocrisie, sul profitto, sull’avere cose e sui consumi, poi sul Nulla, il morire pur di non subire tale provocazione provocante, pur di non dover sentire e non subire le altrui stronzate, tale e tanto morire è anelito.

Sulle onde della propria poesia in tumulto, a morire alle proprie condizioni.

Lungi da questa umanità percepita per incontinente.

Esigenze personali, forti, rigorose e non procrastinabili, di meditazione e raccoglimento.

Poi, la propensione alla lotta, poeta da combattimento.

Non il vile Paradiso poi, io ora, ricordate?

Le tentazioni delle viltà quotidiane lo avviliscono questo animo poetico in crescendo che più non sa dove poter andare, nell’elevarsi ulteriormente a reagire.

Il piacere del dire di no, per dirlo alto, chiaro e forte.

Il no filosofico, il mio spirituale canto.

A volte, la speranza è l’attesa della possibile seduzione, a poter dire il proprio no morale.

Poi, la tentazione che a me non viene, il no a non poterlo dichiarare, io a rimanere col mio verso offeso e acceso in mano, non a poterlo giocare?

Come fossi moralista privo della stimolante provocazione, funzionale a dire il dire del suo dire?

Io sono soggetto alla propria continua invenzione.

Quale autore, sotto incessante inclemente ispirazione.

Poi, sarei pure il puro esercizio letterario, quale altezzoso sfoggio del proprio rigore, la situazione quale mero alibi?

Io sono! e sarò sempre solo secondo me, le scritture.

A mio modo io, perché così nel mio totale autocontrollo.

Allo stremo, anelare della morte il bacio…

Nella morte forse si cerca la vita di Nuova Vita.

E cos’è la vita e cosa la morte?

In questo mondo più vile, più stolto o più stronzo, il corrotto immondo, la morte mai sia la sorte detta per peggiore o da evitare.

La trattativa, il vilissimo compromesso o comunque il mollare sentito per immorale, la fine detta e dichiarata da non vivere, affliggente, quale morte nell’interiore per sempre per quanto possa ancora battere il cuore.

Disagio, non in grado di reggere ancora per molto, non più in grado proprio, sotto continua condizione d’afflizione, la si cerca una tana, un rifugio, una comunità dove potersi ritirare per profonda meditazione nel raccoglimento, onde poter esercitare poi al meglio l’indocile arte del personale combattimento.

Io con le mie strane abitudini, con la mia scrittura che imposizioni né compromessi non vuole?

Io con il mio cane, la dolce Cleo.

Poi, ognuno è persona, le sue esigenze, umana carne viva che parla e stride.

Io non li sopporto davvero gli umani.

Per bene significare, una bella ragazza, tette e magnifico culo, mettiamoci pure dotata di allettanti fruscianti euro con accompagnamento di una notevole intelligenza?

Vaffanculo! a quella straordinaria dolcezza se altrui le condizioni.

Senza dubbio alcuno, come si può dedurre dalla coerenza di tutte le mie scritture.

Sono in grado di reggere a me accanto solo la presenza di chi coinvolto o cointeressato alle tematiche dei miei libri, allo scopo di una loro resa migliore, più efficace, per la sostenibile argomentazione tramite discussione, la critica, la onnipresente necessaria documentazione.

La camera dove la meditazione e raccoglimento, per il successivo combattimento?

Perché ora come ora, causa la casa, il lavoro in cucina e le realtà quotidiane, l’ispirazione giunge da una fonte detta umanamente non sostenibile.

Non per gli stimoli, per tutto quanto al mio cuore viene: ispirazione, dolce folle ispirazione.

Tale da non riuscirci a stare dietro, talmente alluvionale il suo fluire al mio cuore?

Droga, poesia e spiritualità a dosi massicce.

Idee e flusso narrativo a getto continuo.

La rabbia implosiva che pervade le scritture?

Come, cosa e dove di più, l’autore in tale sollecitazione a finire, causa il proprio dolore.

Oltre, c’è solo Dio! o la follia senza ritorno?

Dio e follia, come fossero la medesima pazza idea?

Una camera per favore, dove accudire, del combattimento,

l’arte mia.

Materiale, appunti, libri mai finiti, idee, progetti e folti programmi.

Già è tanto quel che ho, razionalmente, di più non si può?

Per la mera gestione dell’esistente, una camera prego.

Io sono il reato privo della sua punizione.

L’autore che se la deve inventare tutta la sanzione, poi la vita è la sua prigione?

La mia colpa è l’avvenuta nascita, reiterata in ogni giorno da sopravvissuto.

Io che non sopporto gli umani, difficili improbi legami.

Io che nonviolento proprio non lo sono, solo qualcos’altro.

Questa la pazza idea in alternativa, il sogno del sognatore.

Ideale, complesso, forte, rigoroso e molteplice, da cui dovunque io mi trovi e comunque combinato, tanto possa attingere per la grazia della mia arte, ai fini del nobile cimento.

Ogni sua tematica degna di possibile argomentazione per il mio verso.

Là dove vive la lezione morale a svettare tra i tanti aitanti ipocriti benestanti, loro i dediti all’arraffare, che cosa a dare poi?

Là dove la visione globale si possa dire coerente, sincera e possibile, equamente distante dagli interessi di ogni virtù particolare che poi fluisce nel vizio e s’arrotonda.

Le affinità di regole e rigore, la vita nella conduzione delle proprie idee.

Più spirito, meno religione!

Così, si chiede esplicitamente asilo politico, filosofico, morale, spirituale e poetico a qualche ideale ospitale, affine, detto per documentabile e rintracciabile ne le buone coordinate del Buonsenso.

Infine, io non lo chiedo affatto l’aiuto! e non il sostegno.

Non mi piace farlo, non lo so fare, nemmeno mi serve! (a tutte le evidenze)

Sono scrittore e poeta di genio e talento, non sono uso al banale.

Io non chiedo aiuto, non il ristoro o conforto, perché mai dovrei affaticarmi a questo?

Io li posso offrire a piene mani, non ad elemosinare.

Io che non amo compromessi, le trattative o puzzette di esiguo effimero valore.

Non il vile Paradiso poi, Noi ora.

 

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