Informazioni
Le ciniche, le romantiche
Rime, le ciniche romantiche del mio animo?
Cinico, lo stare chiuso in difesa
del mio animo ipersensibile.
Ogni erba è buona, utile
al coscienzioso giardiniere che si dia
a curare l’anima che è sua, umana.
Il cinismo è tale e tende, mi difende
d’altri sgraziati, volgari e grevi,
stupidi, fossero loro pure gli sprovveduti.
Il cinismo è la mia più dura difesa.
Io, l’imprevedibile arroccato.
Perché poi, se tutto volto all’attacco,
il mio si dice puro sicuro romanticismo.
Il palpito della legge
Io voglio! dichiara l’uomo.
Io posso! conviene l’uomo.
Io devo! si impone l’uomo.
Così cammina quest’uomo?
Qui, il Libro della Legge
interviene
a dare misura a l’uomo.
Nel palpito della legge, il senso.
L’uomo, coscienza forse avendo.
Io voglio! io posso! io devo!
Nei limiti della legge,
tutti soggetti al cuore della legge.
La legge che è uguale per tutti.
Pensieri sul delitto
Il delitto è di molteplici metafore.
Ora, il delitto è pura Soppressione.
Ora, ne l’alito suggestivo della Creazione.
Di una vita, l’una e l’altra azione
all’arcione: ai sensi dell’ispirazione.
Il momento nero o felice o altero.
Del vivo palpito d’amore e delle sue ore,
ricordi di anni chissà come impostati,
forse a male andati in tutte le risorse
che bussano al cuore ancora, in loro forze.
Il delitto è l’attimo cangiante del momento.
Di sguardi, pensieri audaci e remoti,
di emozioni nel loro dire delle sensazioni,
come recepite e come recensite,
di speranze fondate o di più inconsistenti?
Così, il delitto si ascolta e tutto si sente.
Nel confondere il sorriso del tempo,
vile cimento in quell’elemento?
Altro si anela, si cerca, si cammina.
La vita respirando in una cucina?
Il più severo riscatto qui perpetrato,
tra Soppressione e Creazione, oggi è redatto.
Lo direste davvero?
Che vuoi? che ci possiamo fare?
Che c’entriamo noi!
Lo direste?
Voi che aggiungereste pure:
si cerchi un amico, un amore,
un prete, un dottore,
si cerchi una buona morte direste.
“Noi, che ci possiamo fare?”
Non è illegale, non è reato il vivere.
Nemmeno risulta sia peccato.
Così direste ad ogni mio affranto?
Perché non ci scrive dei libri,
lo direste davvero ad un cuore stanco?
Io già sapendolo, importunare la Legge,
i suoi pensieri già impegnati tanto,
no affatto, da esibizionista riservato.
Così, i libri tanti scrivendo e poi…
Poi, ancora! e come ora, allora?
Mi ritrovo al punto di partenza.
Stanco, incerto, colpevole, impunito.
Ignaro del perché della mia sorte,
un circuito continuo il sentore di morte.
Metafora pure essa, nelle carni del libro.
La Legge devo proprio incontrare, presto!
Il concerto
Mai udito da alcuno il concerto
delle mie ossa rotte?
Le intime prove prive d’ogni suono.
Avrei preferito e uomo lo sarei
se mi avessero cercato l’anima
a forza di botte? *
Chi ha udito mai tale concerto?
Le mie ossa rotte dentro?
Il morale maramaldeggiato?
Intimi che non risultano, non sono?
Scricchiolii quali pensieri dolenti
nel mio profondo,
i più veri pensieri della notte.
Il concerto delle mie ossa rotte,
pensieri come gemiti nell’oscurità.
Quello che non ti uccide, forte ti rende? *
* Dalla canzone “Un blasfemo” di Fabrizio De André.
* Da Nietzsche.
In trappola
Se ti senti e lo sei! topo in trappola,
le spalle al muro, non vie d’uscita?
Dinnanzi a te, la sorte che sogghigna
la tua fine cupa e oscura?
Una sola chance a la vita rimane.
Se non riesci più a difenderti,
se sai di non avere forze abbastanza,
consapevole che a breve cederai,
l’attaccare! solo questo puoi fare.
Tutte le tue forze radunate e schierate
in quell’unico audace gesto lanciato
e vada come vada! che accada.
Al cinema, spesso funziona. Pure diverte.
Nella vita, a volte si ragiona. Altre, si incute.
Il folle rilancio
Quando la vita vorrebbe vedere
le tue carte,
quali che siano le carte,
abbandoni subito
o pareggi il piatto della vita.
Forse, tenti pure il rilancio?
Potresti osare se ne hai il cuore.
La vita, le carte vuole verificare,
nella partita della vita.
Così, il mio è il folle rilancio.
Al limitare del tuo cuore puntato,
della tua ragione,
quale il cielo, quale la stagione.
Ehi, se stessi bleffando?
Se ve lo chiedete, ci pensate?
Perplesso, a volte io pure,
io il giocatore,
lo domando al mio folle cuore.
Ehi, se stessi bleffando?
La risposta la potrò sapere
solo giocando.
La mia vita, questa fottuta vita,
la partita infinita
portando avanti ad ogni oltranza.
Così perseverando, spero non barando.
Più la penna che la spada
Uccidere o essere ucciso, l’anelo.
Io scrivo! per questo è che…
Così, altrimenti non uccido?
Lo farei. Possibile, se non scrivessi.
Le vite alla gola recise?
Movente: per non morire dentro.
Scrivo, così è che uccido,
con maggior diletto anche,
io quale perfetto assassino provetto?
Sì, maggiore si dice l’intimo profitto:
più la penna che la spada.
E la mia penna lorda è di sangue.
Il mio con il vostro, insieme?
Non userò la lama dato che la penna
tanto impugna il mio cuore.
Fino a che la penna… la lama mai?
A ragione, più la penna che la spada.
L’anima tra i denti
L’anima e non coltelli tra i denti
che la ferocia poetica
non si dice di meno, solo in altrimenti.
Che io debba spiegare, giustificare…
E già m’immagino?
Il tormento anticipato, Vaffanculo!
Che io debba lo spiegare, mugolando
l’ estenuante rantolo del tentare…
Io, pagine ho scritto! e pagine ancora.
Spietato, io ho dato.
Io non spiego più di quanto già
suggerito abbia o seminato:
indizi, insidiose tracce?
Io sono azione e meditazione, ora.
A voi tocca il dipanare, ora.
Io spiegare non so, non posso!
Non ci provo nemmeno, io racconto.
Le spiegazioni, da voi le voglio.
Voi, i fottuti che avete studiato.
Il campo di battaglia
Tra psichiatria, la legge e Questo Me,
la battaglia, la vertigine, l’indagine
o qualsiasi altra umana dissezione…
Non sul vostro terreno!
Non al vostro livello!
Dove io annaspo, soffoco e crepo.
La battaglia io tenterò di spostarla
e giocarla (nel possibile, sempre)
sul mio territorio, dove complessità scrive.
Più intricata è la questione, io di vivo.
Più duro è lo scontro, io più forte.
Più controversa è l’anima, la forza.
Più esteso è l’ossimoro, io dovunque.
Come attirare tutti al mio livello?
Detto per superiore solo perché oltre.
Dove io mi sento più forte.
In grado di sostenere l’insostenibile.
E’ altrove, lassù, da qualche parte?
Il mio livello, di un gradino superiore.
Di sotto, in quel vile cacasotto,
il battersi per me come fosse impossibile?
L’inverno del mio travaglio
Finché dubiterò di essere pazzo,
pazzo io non sarò?
D’accordo, finché dubiterò.
Però, non lo so.
Il disagio, certo è costante.
Perché siete tutti pazzi, voi!
Finché dubiterò di essere pazzo,
pazzo io non sarò.
Fino a quando ne dubiterò?
Poi, non lo sono? Io lo insinuo.
Che me lo diciate voi…
Dimostratelo ai miei dubbi sopraffini!
Ditelo ai grilli, i giudici e le fate.
Sulle mie, in difesa tutto compresso,
all’attacco ora che...
L’inverno del mio travaglio
l’ho lasciato indietro.
Spira leggera una brezza primaverile.
Nonsense
Disperazione non sia solo
l’aver fame,
senza di che mangiare?
Disperazione, disperazione!
Sempre vive la ulteriore.
Disperazione sia anche (più dura)
la stanchezza, l’usura!
La nessuna voglia di mangiare?
Non per continuare a vivere
addentro una vita di merda,
tuttavia come costretto a respirare?
Vivo, l’alzarsi! senza giustificarsi?
L’io dolente che persiste e come?
La fame che sopravviene e si impone!
Così, il dover mangiare il proprio dolore?
Disperatamente ignorando come…
Come cazzo alla vita il rinunciare.
Però, scrivo, finché lo faccio sono vivo.
Se comunque vado avanti
Vorrei cadere per terra, lì a rimanere.
Vorrei non più essere vivo, così a giacere.
Vorrei cadere, fermarmi infine,
nel nulla lo svanire,
di vita sfinito, io l’esausto.
La vita che vive la sua avventura,
prosegue e cammina,
perseverando nel suo abominio?
Voglio e posso abbandonarmi
solo per pochi intensi istanti?
Se comunque vado avanti,
se ci riesco ancora,
un passo dopo l’altro e ancora?
E’ solo per questa complessa sfida
che tutta mi sono inventato:
per sopravvivere, nel portare
vita alla vita che appare sfinita.
Sfida deliziosa, feroce, di sangue
a tutta prova d’ogni prova di forza?
A prova d’ogni esame che si intenda.
La sfida, l’animo me lo sorregge.
E’ l’alibi al respiro che ancora respira.
Questa è la mia vita.
Così, per ora, non si dice esaurita.
La cavalcata selvaggia
Intensa, folle, disperata,
forsennato l’intimo vigore,
la cavalcata selvaggia
nel mio cuore.
Il poema, l’uomo tutto in tema,
a fermarsi nel suo doversi?
Ehi, solo il tempo necessario
per esalare nell’attimo,
subito a ripartire, di acceso verso.
La cavalcata selvaggia e folle,
la vita contro la morte ingaggia,
il morire pure anelando?
Solo così il poter riuscire a vivere?
Immagina
Immagina di essere solo in una stanza
di media grandezza, di vita spoglia.
Disadorna? allucinante? intensa e vuota?
D’ogni cosa vuota, la tenebra nel cuore.
Poi, la nessuna luce al palpito residuo oltre?
Nemmeno la luce che dal tuo cuore viene…
Non oggi, non è giornata!
Immaginati, dunque. Della disperazione,
sulla sua soglia, ogni tua foglia.
Non puoi vivere e neanche il morire?
Non l’uscire/fuggire.
Hai solo il cervello arroventato, pensieri li hai,
a ronzare come mosche sulla merda?
E tu sei la merda, presumi.
Hai questo Libro intonso in mano, immagina!
Capire il suo segreto è l’unico modo
per non impazzire presto,
non avendo altre vie o di sfogo i canali.
Immagina, sei solo! tu e il Libro e devi!
Devi capire per tutto non impazzire
che la soluzione ideale pure lo sarebbe.
Poi, senti un rumore? Qualcuno, qualcosa!
Da qualche parte, di fuori, passa e...
Così, chiedi aiuto, consiglio, sostegno o deduzione?
Lumi implori sui tuoi oscuri?
A che ti passino il compito, nel sottobanco della vita.
Tu, il vanaglorioso sapiente d’uomo?
Poi, purtroppo succede: qualcuno ti risponde.
L’attimo in cui perdi tutte le possibilità.
Immagina, qualcuno ti risponde, ti spiega?
E’ da quel preciso momento da strapazzo che,
non cercando più in te stesso, non più frugando
d’affanno e disperazione d’impresa,
dall’esterno così traviato, le voci, le interferenze?
Tu con il Libro, del Libro non capirai un cazzo.
La tacca al poema
Uno psichiatra che lo studi
il mio caso dannato,
il suo umile umilissimo sudore?
Il sapiente buco del culo a cagare
tutta la scienza che tiene
in corpo, allo scopo?
Uno psichiatra che mi studi, che ci provi!
Nel caos e nel groviglio cane.
A capire, a tentare, il mio caso…
Unico forse, di forsennato vigore,
come fosse ne le spirali infernali...
Uno psichiatra che a questo tenda,
che la smarrisca “lui”
la sua colta posata ragione,
felice mi renderebbe implicando
l’apice del mio successo.
Perché saprei, ne avrei l’intuizione,
la esatta informazione,
a dire che mi avrebbe compreso.
La tacca al poema, non alla pistola?
Nota. Nel Far West, per i pistoleri, le tacche alla pistola tenevano il conto degli uomini uccisi.
Negli annali del delitto
Negli annali del delitto,
io sarò iscritto?
Negli annali, a verbale.
Non l’impunito io sarò,
recensito forse?
Stampato e ristampato sarò,
ricordato e studiato assai…
Io con ogni mio efferato?
Negli annali, a verbale.
Aggiungi commento
Commenti