Lettera aperta al "da Rioba"

Pubblicato il 22 marzo 2026 alle ore 15:41

Lettera aperta al “ da Rioba”

 

Lavorare in un dato locale dal 20/11/2001 fino ad oggi, quando è dal 2002 che potresti vivere più facilmente la vita, assieme al proprio senso e carico di responsabilità?

Io essendo l’altra persona.

Dovendo fare altro, pure già facendo altro.

Avrei la mia attività segreta, fiorente addentro il mio giardino celato.

Io sono esplicitamente sovversivo, addentro il mio io.

Sovversivo a mio modo e mio talento, però sovversivo.

Mi si chiede o lo si suggerisce a questo animo: sii più duro! a parole esserlo.

Insinuando, perché a parlare duro lo si deve fare con chi ci sta attorno, non sulle proprie pagine ideali, bensì nella conduzione della propria vita.

Lo scrivere che è il mio vivere, però se non vivi… come scrivi?

Loro, come se mi dicessero: se oratore poeticamente sarai, potrai avere tanti fantastici giocattoli tutti per te, però poi/dopo.

Tutto quello che vuoi, bambino mio! (Vaffanculo)

Come se lo sussurrassero alla mia fatica, alla noia a volte, al bisogno ineludibile del dover sempre rompere qualcosa, nuovi giocattoli?

Voi colleghi di lavoro, lo siete stati giocattoli, per tanti anni.

Ormai usurati voi, proprio annoiato io?

Voi, titolare, cuochi e camerieri, come foste il fondamentale allenamento per il mio animus che dell’altro anela, però con voi è che se la deve sfangare oggi?

Qualcuno forse, un giorno, a dirvi: grazie per aver tirato su così bene il mio ragazzo.

Che io debba essere duro con voi, d’altri preteso il mio postulato di sudore.

Tale altrui esigenza, in verità collocabile tra il vile ricatto e la lezione di comportamento, da me condivisa o no, a seconda del mio umore.

La lezione per un bambino solitario, dalla vita e dallo sguardo insolito, di socialità più che anomala, perso nel suo firmamento cinematografico, qui ritrovato, psicologicamente slanciato nell’Ideale?

L’altrui esosa richiesta, la mia valenza, in coscienza io come poi?

Sono il Lavapiatti nelle sue apparenze, ingannevoli per chi si fermi e si balocchi con il mio apparire.

Io che sembro come sembro, essendo chi e come, il docile, l’innocuo, il mansueto?

L’offesa che ho sempre ritenuto di dover lavare col sangue, il vostro ideale e interiore sangue oggi.

Io sono/ero Jekyll, qui sono Hyde! ero il Cirano di Guccini? ora sarei Jack!

Sono allo stremo perché allo stremo d’ogni stremo, poi le inaudite risorse.

Ora come ora, il cuore rombante d’una Ferrari nella intelaiatura d’una povera scassata cinquecento?

Ehi, Lavapiatti del Mistero, come fai ad essere così lento e maldestro e…

Beh, in testa avrei in corso la Guerra Filosofica Globale, in tutte le sue ramificazioni.

Pure la responsabilità intima, morale e sentimentale, l’ideale di una politica vicina al mio cuore, calda, lussuriosa, sensuale amante.

Non penso mai ai miei interessi più prossimi, sentiti per vili, io guardo lontano, il mio sguardo la vive l’altezza del Titano, la GFG è sua capacità e portata d’espressione.

Non ho denari né cultura, ho tutto il mio cuore, armato di poesia, fantasia e rigore morale di spessore.

Stanco, stressato, sodomizzato da questa difficile vita, vado avanti in silenzio.

Dentro di me le responsabilità non indifferenti, a voi perché mai taciute?

Ehi, posso sbuffare anch’io, lo ritengo il mio sacrosanto diritto, e Vaffanculo!

Io sono il Lavapiatti ambiguo dalla doppia vita.

La persona doppia, il giardino segreto, la personalità nascosta ai normali umani.

Ero Jekyll/sono Hyde! poi mi piace essere Jack.

La lama affilata è il verso tagliente, umorale e feroce: Jack lo sono veramente.

Tanto sembro nullità, tanto più crudele si dice il mio verso.

Peraltro, per razionale evoluzione: a reagire dentro alla logica di tanto apparire.

Io provo invidia nei confronti di Ugo Garofalo.

“Che bravo Ugo!” (la titolare)

L’invidia del mio talento per quello del cuoco (riceve la sua recensione).

Congresso Radicali Italiani, 3 novembre 2012, costretto a rientrare al lavoro, alle mie mansioni di lavello da un contratto a tempo indeterminato.

Come sarebbe andata fossi rimasto non lo so, come me l’aveste messa nel culo?

Poi, nel culo me la sono messa io da solo, accettando la condizione della titolare invece di mandare tutti a cagare.

Ora, nel culo me l’avrebbe messa pure Berlusconi causando le elezioni anticipate.

Non c’è più tempo per il “da Rioba”, il tempo vive solo per altre evoluzioni.

Anche voi di Roma potete andare a cagare, veramente sincero il pensiero.

Qui, io sarei il prigioniero della legge dell’apparire.

Voi “da Rioba” a dirmi praticamente ogni giorno, tramite routine: lavori qui da dieci anni, sei un Lavapiatti, ti vediamo Lavapiatti, adeguati a quanto noi vediamo.

Come difendersi da quelli che già sanno e ti spiegano quello che sei, le loro stronzate come verità acclarate?

Difendersi, con la violenza o nel negarsi, il silenzio?

Io sono quello che scrive, sono nei miei libri.

Quello che vedete è solo finzione, così evitando pure la propria smodata reazione di fronte all’altrui incomprensione: nel mio silenzio, io a salvarvi dal Verso Diverso.

Nel non dire, il non fare, astenendomi da atti inconsulti che sarebbero obbligati causa frustrazione, rabbia e dolore.

In fondo in fondo, io sarei il solipsista cresciuto e fortificato nella sua solitudine, raggiungendo ottimi esiti.

Discutibili come tutto lo è, a prova d’ogni prova di forza.

Io non le reggo proprio le vostre normalità di banalità fatte e fritte.

Nell’apparire, innocuo e maldestro, dove altrove risplende invece il mio talento?

Quindi, col passare degli anni il mio verso ha assunto il tono di una violenza insolita, tramite una poetica feroce.

Io che sto morendo di crepacuore in una cucina, sono già e sarò di una violenza non facilmente sostenibile: poi voi ignorate! e chi non lo sa non muore?

Non può morire chi non conosce il verso che lo uccide.

Sappiate, mia soddisfazione sarà (giorno che verrà) ne l’avervi smosso dal vostro grigiore d’indifferenza, io sono di violenza interiore.

Da voi e più volte (pure da Roma), sono stato imputato di donnicciola.

Qui, non è il lato maschile che si offende.

E’ il mio lato femminile che sguainare vorrebbe il suo verso e farvelo a fette.

Il mio lato femminile, ne la legge del più forte.

In verità, in verità vi dico: secondo me, i mollaccioni siete voi, il vostro problema è che non lo sapete, la donnicciola mettetevela pure nel culo!

Nel sospetto di non essere duro e crudele abbastanza, non lo sono?

Quindi, di più ancora, secondo personali esigenze: io ce l’avrei col genere umano.

L’umanità che oggi porta il vostro nome perché solo voi tra le mie palle.

Io sono docile, innocuo nel mio apparente?

Il combattimento si dice mio agio e mio elemento, io chiederei…

Lo reclamo lo Stato di Guerra, per ritrovarmi in ideale accogliente atmosfera, tale al mio animo segretamente belligerante da tempo.

Vivere per la pensione? Vaffanculo! Mia ambizione è proseguire il vivere con gente disposta a rischiare anche la vita pur di vivere la vita del proprio ideale, quale esso sia.

Stanco, esausto, la disperazione, di rabbia viene un pensiero, l’ispirazione e poi OK?

Oggi, sarei crudele e spietato non perché voi siete voi (simpatici, buoni, altruisti ecc… che altro?), lo sono solo perché dislocato ancora qui in “da Rioba”.

Questo fatto è da imputare solo alla mia codardia di fronte al dialogo o l’approccio eventuale all’altrui cuore di comunicazione.

Peraltro, questo qui restare sul luogo, dolente perenne, è la dichiarata fortuna d’autore: altrimenti da dove tanta disperazione a suscitare rabbia, ferocia e reazione adeguata?

Per reagire, prima bisogna subire.

Io che spesso sono l’evidente ubriaco di stanchezza, pure deriso?

Io non chiedo/non prego/non striscio/non parlo.

Non mi piace bere in compagnia, al bar da solo! a rimuginare sulle mie splendide cazzate.

Non chiedo e non concedo sigarette.

Mi piace stare da solo con i miei problemi, il riflettere.

Perché a spiegarvelo…

Fin dove sareste disposti a capire, fino a che punto l’attenzione?

La cucina, la casa dove dormo (e scrivo), Venezia tutta, come fossero una condizione di tortura per il mio animo.

In verità, in verità vi dico: l’economo/fai miracoli con una paga da Lavapiatti, come cazzo fai?

In verità, lo psichiatra la commenterebbe con invidia la mia bravura nell’introspezione.

Ecco, giudici e poliziotti: sei sovversivo, però lo fai bene, legale, con stile, feroce, sincero, crudele e vero come non sappiamo chi altro mai.

Ecco, l’elogio di psichiatri, giudici e poliziotti, nonché dell’economo, sarebbe la mia ambizione, non me ne frega niente dei soldi o del successo, io voglio l’elogio!

Vivo nel mio Distacco Totale, come faccio?

Io sono al di là di ogni comprensione, pure alla mia ben oltre.

Contro tutte le convenzioni e tutto quello in cui credete, solo dopo aver buttato tutto all’aria, a discutere di quanto di serio in piedi rimane e qualcosa lo vale.

Per attaccare il sistema, ognuno prima deve attaccare a fondo se stesso.

Io lo faccio con rabbia, sperando non sia vano e non d’effimero esito.

Tu/voi, cosa fate per affrontare il sistema dentro di voi?

Il sistema che deve cedere prima nel nostro cuore, per poter contaminare ogni altro possibile anello del sistema.

Io sono solo l’insolito metodico raffinato sovversivo.

Lavoro nella ristorazione da 17 anni, lento e segretamente misantropo, idiosincrasie preesistenti per cibo, tavole e appetiti, qui costretto dalla propria viltà nel non avanzarsi e non dichiararsi, a voler dare un senso a questo mio insignificante ristare sul luogo quale acqua stagnante… la GFG!

E’ quanto a voi appare che risulta ingannevole insulsa maschera.

Il Ciclo della Merda dice: quel piatto, sì quella deliziosa portata che a tavola viene servita, è solo merda in attesa di essere metabolizzata e raffinata nell’intestino, in attesa di raggiungere la sua apoteosi tramite onorevole buco del culo.

La merda si trova in origine nei campi e negli allevamenti, allo stato grezzo.

Raccolta, impostata e distribuita, preparata nelle cucine per l’ulteriore procedimento, tesa è al suo stato eletto per trovare domicilio e riposo nell’epica del cesso.

Sì, sono stato tacciato di buzzurria (dalla titolare).

Io sono l’arcano poeta che il volgare lo eleva a poesia.

Io sono il Radicale Oscuro.

Prendo le cose infime, deplorevoli, ostiche e malfamate, per trarne il profondo senso, rivoltandolo e conducendolo a stati elevati.

Ormai, sarei pure un professionista in tale procedimento.

Per lo scettico del momento, approfondisci e sii edotto, questo il dovere della nonconoscenza.

Di quel piatto non cantarne il profumo, cogline il significato laddove l’uomo sfrutta e fotte il mondo.

Il Ciclo della Merda, sette miliardi di persone che mangiano tre volte al giorno?

D’accordo, molti mangiano due, se non una volta nel corso della propria fatica quotidiana.

Tanti solo un pezzo di pane, chi niente addirittura e quelli che mangiano per tre e più?

Non vive equità in questo Inferno.

Per questo mio scrivere infamante sulla ristorazione, se lo si può considerare di non esemplare contegno, i sette miliardi mi consegnano la copertura morale, l’alibi politico e la filosofica alzata di testa dinnanzi alla storditaggine imperante: mangiare, bere, cagare! e non pensare ad altro, chissenefrega del mondo che muore e pancia satolla?

Di questo Ciclo della Merda, l’industria nel suo complesso, io non citerò fasti e nefasti della buona tavola, io canto l’epica sacrosanta del buco del culo.

Mia titolare/colleghi di lavoro! qui si tratta di intraprendere la giusta cura psichiatrica, adeguata a quello che io sono dentro.

Intendo la parte nascosta, celata, ufficialmente segreta: io ho una doppia personalità.

Due persone totalmente diverse, collocate pure ai due estremi dell’animo umano.

Quella che vedete tutti i giorni, la prima, è docile, tacita, inerme, pure inerte.

L’acqua stagnante che aspetta passivamente il giorno successivo.

La seconda è indocile a tutto, scrive, in perenne movimento interiore, aggressiva forte.

In dieci anni di “da Rioba”, la seconda si sarebbe sviluppata con particolare ferocia, applicandola alla poesia sulle ali della fantasia.

Io a farlo nel cercare me stesso e la propria misura.

Così, a Roma i miei critici/fans.

Lo psichiatra direbbe che o esce controllato, consapevole di se stesso, della sua forza o si renderà pericoloso per tutti e pure per sé, nell’affanno del cercare la sua uscita alla vita.

Qui, lo psichiatra sarei io, non altri.

Mi conosco, sono a perenne disposizione della mia indagine/introspezione.

Io dico che l’animo devasterebbe comunque a sé attorno.

Si può fare con stile, con arte e rigore, con misura, in totale splendido autocontrollo.

Poi, se il poeta non può varcare i limiti del suo animo, rinchiuso nel suo verso ossessionante, sarebbe inevitabile il suo porre mano ad altre armi, altre lame, peraltro meno affilate della sua indiscutibile poesia.

Lo si ammette, qui l’aggettivo indiscutibile è soggettivo.

Ora, io devo uscire, io esco!

Poi dipende da chi mi trovo di fronte: l’imbecille approssimativo che suppone e agisce da ignorante o l’ignorante coscienzioso che approfondisce e si documenta?

Fausto Brunello psichiatra non potrebbe che confermare tale cura come intuitiva e necessaria, raccomandando pure la sua rigorosa applicazione.

Il problema è che Brunello è il suo culo di pietra interiore.

Il bamboccio che se ne sta seduto lì come aspettasse le caramelle?

Invece di andare incontro al problema, a cercarselo, a capire, a dedurre, il problema a dover venire a lui?

Se non mi sono mai ammazzato, non lo si deve alla perspicacia di tale professionalità.

A Roma pretendono: fatti valere! sii uomo! sii te stesso! (quello che scrive come scrive)

Che esigano sia me stesso è pure la mia esigenza, il desiderio di sempre.

Specialmente in cucina, quando in stati da scemo, a non capire o non intendere l’altrui arte del comando?

Sii uomo…

Vaffanculo! io sono il mio lato femminile che riscattare vorrebbe sua madre, la sua vita.

Da sempre a volerlo fare, però solo inconsciamente: l’argomento materno come spinoso, ambiguo e arroventato.

Poi esplicitamente sì, da alcuni anni la questione madre consapevole.

Da quando io nelle sue medesime condizioni, in quanto a dover badare a mia volta ad una vita (Cleo, quattrozampe).

Qui, il maschio è vile, il mio femminile lo dico per virile, d’Invece!

Uscire controllato, facendolo da solo, lo psichiatra a commentare: bravo, come hai fatto, davvero tutto da solo?

In verità, da solo proprio no, Roma contribuisce.

Roma ci mette del suo che mi fa pure incazzare, spesso.

Lo psichiatra ad ammettere: io non sarei stato in grado di ottenere altrettanto.

Non l’atto dell’uscire che per uscire si esce.

Intendo gli effetti collaterali del dimenarsi dentro tra pulsioni continue, devastanti quando vive la volontà del proprio autocontrollo, colui che da sé esige il non dover cedere ad alcuna intromissione al peso del comando su se stesso.

Gli esiti di tanta battaglia interiore di anni sono accessibili a tutti per possibile fruizione, approfondimento, eventuali deduzioni dai miei libri.

Pure psichiatriche le deduzioni, come ho fatto?

L’ho fatto quando i tanti si sarebbero uccisi o mutati in pazzi furiosi?

In senso psicologico o psichiatrico che sia: il mio problema è uno solo, il non parlare con nessuno, tenendosi tutto dentro.

Si scoppia inevitabilmente, si deflagra tutt’attorno, la pazzia! o ci si evolve diventando l’altro caso umano.

Nascosto, celato per anni, peraltro avendo modo e animo per coltivare il proprio spirito, l’arte del combattimento, la lotta ne le sue inusitate forme, i rudimenti dell’altra violenza.

Il prete è violento, l’amore lo è, la poesia, Gesù Cristo, la vita, tutto è violenza.

Io sono la tenace ricerca di alternative.

Esitare, desiderare, rimandare, la lotta per la vita?

Io non sono normale, non amo il banale.

Mi si chiede: sii chi veramente sei! però a modo mio, così sono io.

La Via di Mezzo è la chiave di dirittura della mia scrittura?

Via di mezzo non lo è il mio carattere che conosce solo i due estremi.

Se ostenta la docilità ai vostri occhi, sotto è l’aggressivo che mai si sospetterebbe.

Non il dialogo nella mia indole, la guerra piuttosto.

“Vediamo quello che si può fare, discutiamo, trattiamo?”

Io preferisco la realtà dell’ideale combattimento per Ideali sentiti, io con le armi della poesia, la fantasia, tramite insolite scritture.

Sviluppata la mia arte in segreto, in anni e anni di cucina.

Mi fossi rivelato prima, tra sorrisini, battutine, scetticismo e compatimento, l’irritazione, il reagire in formalità eccessive per questo cuore tanto suscettibile.

La lettera non è importante.

E’ per voi, inserita in un mio libro generale e non generico.

Vale per Roma, affinché sia loro noto il procedimento del mio stato d’animo.

Roma direbbe: spiega, illustra, dialoga! si accontenterebbe così in fondo, il fatto di riuscire a trovare la voce da sempre d’intima croce.

Però, sono vivo perché non sono colui che dialoga, non amo le scaramucce.

Sono solo quello che combatte la sua guerra segreta, quello che uccide con passione e talento, quanto possono poesia e fantasia tramite le varie forme di scrittura.

L’evoluzione di violenza e nonviolenza al contempo.

Poi, più violento ancora per frustrazione, rabbia e depressione, riassunte nella disperazione assoluta, dopo tutto è relativo, Dio compreso.

Il dialogo è bello, è forte, è nobile.

La guerra però ti costringe a pensare, a metterti di fronte a te stesso, ad attingere a le inaudite risorse.

“Sentiamo, vediamo che si può fare?”

Compromessi? Trattative? La guerra è guerra!

Induce l’uomo a svegliarsi nella realtà delle cose.

Beh, guerra tecnicamente nonviolenta la mia, però guerra, la violenza interiore.

Peraltro Guerra Filosofica e Globale.

Io ho trovato la mia misura: ora esco e come va va’! auguri a voi!

Non so poi se Roma voglia esattamente tanto come viene.

E’ l’esito delle mie solitudini, questo sono io! nel mio cimento.

Io non ho detto tutto, in verità avrei detto anche poco.

Non cosa dico qui, non quel che scrivo ora, non è rilevante.

Cosa nascondo, cosa non rivelo ancora, questo dovreste chiedere alle vostre meningi rattrappite.

La verità è in continua evoluzione.

Preoccupati per me, per questa rivelazione troppo audace, folle o chissà che cosa?

Questo io sono.

Non so se tutti voi assieme possiate essere all’altezza di una tale esposizione d’animo.

Non so nemmeno se potreste reggerla tale condizione interiore, io ci convivo notte e giorno.

Non preoccupatevi per me, fatelo per voi.

Qui a Venezia, io sarei il certo massimo benestante.

Io quello meglio conciato, non riuscireste mai a spiegarvi come.

Fossi in carcere, ridotto alla fame nera, solo, ferito, io non avrei problemi, affatto.

Con tutto quel che scrivo, di grande, di enfatico, di robusto spessore, poetico muscolare, io la mantengo la mia ferma posizione.

Non indietreggio, sono coerente, sono sincero per quanto segreto.

Potrei chiedere di più alla vita?

Forse, non essere più il Radicale Oscuro?

In punto di morte, direi: grazie, Vaffanculo e OK?

La mia titolare non ama il casino, preferisce il lavoro tranquillo, ordinato, non i cialtroni, non le mattane d’occasione.

Per quel che sono, credo che arrecherò problemi al locale, alla mia titolare.

Lei a ritrovarsi a dire un giorno: basta, non reggo più! (forse)

Si preoccupasse per me o per il vuoto occupazionale nel locale, errore: è per il suo prossimo futuro che dovrebbe rannuvolarsi.

Forse, perché poi non lo so.

Qualcuno glielo spiegherà un giorno, prima che sia troppo tardi?

Sapeste tutto, voi a dirmi: perché non ce l’hai detto prima?

La domanda stronza che meriterebbe la punta del coltello alla vostra gola.

Per questo io non mi sono mai rivelato, per evitare reazioni eccessive e inconsulte mie a vostri sorrisini e battutine.

Perché questo sarebbe successo, no?

Ora, devo uscire! esco.

Io a dover lasciare il posto di lavello in questa stramaledetta cucina per essere l’altro, altrove e altrimenti.

Voi a protestare, contestare, accusare la scorrettezza del mio agire?

In verità, ho lavorato in questo locale dieci anni in più di quel che dovevo.

Peraltro acquisendo stile, ferocia, condizioni di forma ottimali, inaudite risorse e ispirazione che quando mai?

Tornando da Roma il 3 novembre 2012 per necessità di cucina, m’avete fottuto, io che mi sono fottuto da solo.

Le mie dimissioni firmate e senza data, la titolare le ha in mano da ottobre.

Ditemi, perché io sto male, perché a volte vacillo, perché spesso non mi reggo nemmeno in piedi?

Potrei anche cercare di esibire un certificato medico nel merito.

A procurarmelo, a doverlo motivare, altri ad indagare?

Dello psichiatra e non del medico di base il documento, psichiatricamente non più in grado di svolgere le futili mansioni, pure di condizioni fisiche precarie?

Lo psichiatra potrebbe anche spiegare che, il mantenermi in tale condizione operativa, potrebbe rivelarsi davvero pericoloso, per voi.

In verità, tale lo sono perché scrivo quel che scrivo come lo scrivo.

Non la mano che si leva a colpire, la mano che redige il verso.

E non ritratto, io non uso a tale pratica.

La poesia più violenta è il mio pane, a voi offerto.

Non mi nasconderò dietro un certificato medico, né ostenterò altre scuse o plausibili motivazioni di rango e di genere.

Io preferisco, gradisco, amo l’esplicito combattimento.

La mia dote naturale, sviluppata nel tempo.

Mi viene chiesto di essere me stesso, eccomi! questo io lo sono tutto, pure dell’altro.

Io ho definito Ciclo della Merda il mondo della ristorazione?

Qui lavorando, di razionale atto di contestazione, tra rabbia e spirito di rivalsa.

Però, nei testi eloquenti avrei inserito il nome del locale “Ostaria da Rioba”.

Questo vi darebbe motivo, agio, conforto e lo spirito adeguato per sporgere denuncia o citazione per danni?

Io qui come sono, nelle mie condizioni psico-fisiche, dieci anni di presenza quando potevo essere altrove a scrivere i cazzi miei, operando tra frustrazioni e depressioni, dolori vari, la fatica e la resistenza mia…

Io lento e maldestro, voi nei vostri significativi irriverenti commenti?

Non cerco e non tento la conciliazione, anelo il combattimento.

Voi il mio allenamento, lo stimolo per le mie condizioni di forma dette ora per ottimali.

Quanto scritto è scritto, non si indietreggia e non si molla, mai.

Come massima tentazione potrei temporeggiare, non altro.

Sapete, la resistenza è il mio piacere dichiarato.

Certo, tra sado e maso, però dichiarato.

Per quanti giorni ancora non lo so.

Comprensibilmente, l’incapace di cucina (e non altrove), il lavoro ne risentirà poiché io lento e maldestro?

Veramente, potrei essere perfino più veloce.

Perché di buonumore, poiché io allo scoperto?

Comunque sì, le dimissioni vivrebbero già da ottobre.

In quanto imputato a Roma di donnicciola, la questione è molto più ampia.

Portandole alte le mie responsabilità tutte, i pilastri del mio cielo.

Fate conto di avere la lama puntata alla gola.

Fate conto di dovere il vostro prosieguo di vita costretto/indotto alla riflessione per trovare la personale via della ragione, vivreste la mia opinione con altro sentire?

Ehi, la mia lama è solo il Verso Diverso.

Altrove, siete stati dichiarati obiettivi non appropriati.

Per ratificare il termine dovreste indagare, accertare, dedurre, mi conoscete davvero?

Io a ricevere la immeritata paga dalla titolare?

Sapete, in quanto tra voi il celato, il mascherato, l’infido garbuglio di enigmi, ora sareste le vittime sacrificali necessarie per la vita di vita ulteriore, io devo uscire!

Ambizione è pure l’essere ucciso per quello che scrivo, però il confronto su questo, non dirottato su antipasti, piatti, pentole e posate.

Il fatto del morire per uno scritto mio…

A morire sia pure, sarebbe il giorno più bello della mia vita, purché non di crepacuore.

Niente compromessi, niente trattative, non le convenienze dell’immediato più vile.

Non a cedere a questa società rivoltante e stomachevole.

Sovversivo mi piace, sovversivo secondo il personale metodo esclusivo.

Poi, l’ispirazione permanente, ne le stigmate dell’evoluzione.

L’animo rima con spasimo, la violenza è comunicazione.

Io cammino la via che cerca altre vie tra violenza e nonviolenza.

Nessuna delle due/entrambe, io sono di violenza interiore.

Poi, la mia natura si colloca ne lo Spirito delle Leggi.

Lavorare un altro anno con le mie sembianze, un’altra estate nella vostra cucina?

Io sono la rabbia implosiva che tiene per mano le sue briglie.

Il mio Vaffanculo è al genere umano! e sapete, al momento, Lui lo siete solo voi.

Lo spirito di contestazione è la mia ragione di respiro intimo e infinito.

La mia vita, la mia scrittura, quale severo atto d’accusa.

Io, in quanto il sopravvissuto nonostante tutto.

Il mio fine non sia mai il sopravvivere ad ogni costo.

Il mio fine sia il poter morire con onore, per tutte le cause della mia vita.

Le cause, prima di poter morire per loro, bisogna vivere per esse.

Mi alzo già stanco, stanchissimo dentro (non sempre).

Stanco ci vado al lavoro, ne esco e mi addormento, sollevato un po’ se ho scritto qualcosa di interessante.

A volte li accentuo i miei sintomi, visibili solo perché non dicibili gli altri?

Trovatelo un altro che sia riuscito realmente a sopravvivere nelle mie condizioni non ideali, non me ne frega niente della paga, della casa o altro solido interesse.

Vorrei solo battermi per un Ideale, a morire pur di battermi, invece di vegetare tra di voi ignoranti ignari.

Sono lo sfinimento che si alza la mattina e segue la sua manfrina, nobilitata solo a tratti da qualche idea o pagine di vita interiore.

Sono la colpa e la sua responsabilità tra malattia e cura, in continuo divenire.

Poi, sono la legge del mio cuore che si coltiva, si redige e assume la posizione.

La coscienza è il mio unico vero titolare.

Io sono il Lavapiatti di anni e anni, a disagio in una cucina.

Se scrivo male di voi, malevolo o vile (voi a definirmi, l’eventuale commento), questo vi dico: io sarei disposto a morire per difendere il locale e chi ci lavora, se in difficoltà a causa di mie scritture e tale il loro effetto.

Questo Lavapiatti inetto, lento e maldestro, sarebbe in grado di difendervi ad oltranza, forse pure con efficacia.

Io che potrei anche morire per voi, sarei teso al vostro annientamento per spirito di puro allenamento, ai sensi del mondo, a lui da ignoto (tranne miei critici e fans altrove).

Io che morirei per il “da Rioba”, teso sono ad uccidere l’osteria nel suo significato.

Sappiate, potrei fare entrambe le cose nello stesso momento: a morire idealmente per la vostra causa e, nell’attimo, scrivere la riga letale che conceda la pace al vostro animo.

Io tendo al sangue interiore, da violento nonviolento, cerco le soluzioni altre.

Che possa morire per qualcuno e ucciderlo nel suo cuore al contempo, è la sintesi del mio animo, l’espressione del relativo genio e talento: io sono veramente capace di tanto.

Ecco, quanto veramente razionalizza e consegna respiro morale al mio verso anticucine sono i sette miliardi, io/tu/voi/noi tutti: sette miliardi di stomaci voraci che consumano il mondo, chi poco e chi niente, chi per tre e chi per tutti?

Sono i sette miliardi che consegnano l’alibi al malevolo, lì vado avanti come un panzer sul concetto di ristorazione, quel che scrivo lo scrivo sincero e tutto è reso.

In ferocia poetica di onesta perversione, io sarò sempre responsabile della mia scrittura.

Responsabile e conseguente, devo ucciderti, lo capisci?

Per continuare a vivere, devo fare fuori proprio te.

Mi sarei ucciso io da tempo, sovente il pensiero del gesto nel mio cuore.

Ho libri tanti da scrivere, interessanti, importanti e sentiti nel mio pensiero, loro mi tengono in vita, mi distraggono dall’infierire su me stesso, lo diversificano questo istinto ad uscire dal suo malumore: tramite le altre strade, le loro inaudite risorse.

Certo, poi Cleo quale compagna accanto al mio solitario sofferente cuore, il sollievo insperato e motivante in ulteriore la vita.

La quattrozampe che non so se avrei preso con me, non fosse stata la titolare ad istigare tale desiderio, senso e tocco di vita a contare a me dentro.

Cleo, il pilastro di questi ultimi anni che ancora mi regge la situazione.

Io sono oltre ogni comprensione.

Io sono oltre la mia comprensione, inspiegabile a me stesso.

Mi svelasse qualcun altro, a farlo a questo mio dolente cuore?

Comunque sono qua, vivo e vitale scrivente il mio verso.

Con i miei di criteri, il mio personale rigore.

Ne scoprirete uno più veloce di me, più simpatico, più facile di me tra voi l’avrete.

Invece, non ne troverete mai un altro come me.

Io sono la fatica dell’impossibile nel sostenibile dei suoi insostenibili tutti.

Io vedo cose che voi non sapreste mai immaginarvi.

Le vedo dentro di me, scrutando le tenebre che avvolgono la mia anima complessa, sfaccettata e molteplice.

Io scrivo e scrivo cose che poi si perderanno nella pioggia che cade sui ricordi?

Io sono abissi e cime dal difficile controverso, non a poter spiegare a cuori indaffarati in tutt’altro affaccendati?

Lo racconterò tramite il verso bellicoso, abissi e cime, lì io nel mio sentimento.

Anelo solo cuori con cui rimare il proprio verso d’autore.

Riscossa, riscatto e redenzione da ogni mio fatto passato in giudicato, la memoria mia non dimentica ogni proprio misfatto di viltà macchiato.

Quel che è stato è stato.

Ora, conta, può e dovrà contare solo quel che sarà, chi e che cosa?

Io sono il Diverso autenticamente diverso, in quanto sopravvissuto, nonostante ogni nonostante, intendo esercitare la mia colpa e sua espiazione ai sensi del mondo, per urgenti esigenti sentiti dal diverso dire.

Fossi uscito prima al mondo, non sarei stato così ben impostato nella mia indole e suo relativo carattere.

Gli sarei andato incontro allo sbaraglio, meno feroce, non tutto sincero e vero, male motivato e peggio argomentato.

Ora, pur teso al continuo divenire, sento in me un che di consapevole compiutezza.

Se la vostra misura è il mondo della cucina, la mia è il mondo al di fuori di quella cucina.

La mia ambizione è folle e razionale, controllata e visionaria al contempo.

La saggezza è il mio rudimento in senso d’autore.

La saggezza addentro l’ubriaco di stanchezza?

Forse tale e tanto in profondità, solo perché ubriaco di stanchezza?

La vita poi le scolpisce le sue anime.

La vita a caso, come capita a tutte le vite.

La mia aspirazione sarà essere osteggiato senza indietreggiare, mantenendo salda la posizione del proprio sentire.

Mai a nascondersi dietro la cura psichiatrica, pure fondamentale.

Verrà il giorno in cui il mio ritmo sarà massacrante?

L’occasione del poter morire soavemente in combattimento sulle mie pagine o le altrui, l’anelito di una vita, dentro mai vissuta veramente.

Quale l’ebbrezza della morte nel suo atto, il poter morire davvero, ostentando il mio cuore per eletto, la ragione della mia vita in ulteriore.

Questo sarà il mio respiro, il cuore intonato.

Il Canto del Verso Diverso in elevato, il mio verso è una lama affilata.

La lama è il sorriso perfido dell’assassino che cerca la sua Via Terza della Vita.

Io sono Jack, non più Cirano.

Vi ucciderò con eleganza e rispetto, con feroce senso morale di incantevole nitore.

Vi darò la vita con animo spietato, sensibile e crudele, con dolce determinazione da questo cuore integrale.

Quando tutti voi ed io saremo la polvere al vento del tempo, qualcuno leggerà queste non effimere scorregge e voi esisterete ancora: per come io vi sento e vi penso.

Tutto è soggettivo, tutto è relativo.

Io ringrazio tutti voi per avermi allenato in questi anni di grazia e disgrazia, di evoluzione, di fatica e sudore sotto la maschera bugiarda del Lavapiatti.

Poi, sono il mio eterno malumore.

Potevo uccidermi, potevo far del male ad altri, sono qui, inspiegabilmente.

In condizione ottimale grazie a voi.

Io il docile, l’innocuo?

Questo il più grave insulto con la donnicciola da Roma (il lato femminile il mio forte invece).

La verità è in continua evoluzione.

Io, tu, voi, tutti noi siamo il dannato sistema.

In me/in te, il problema vive e gioca le sue carte.

In noi la soluzione giace nell’attesa del bacio dell’ispirazione. 

 

Nessun luogo, Dotazione 14/8 – S.Elena 14-15-16/12/2012.

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