Cercasi psichiatra personale
Chiaramente e per sintesi, il mio caso psichiatrico si dice solo nell’assoluta incapacità del parlare, non lo spiegare o comunque nel dire le proprie cose della vita, dell’anima o della diffusa disperazione.
Non proprio del comunicare, perché scrivo e così lo rendo il mio interiore universo.
Lo rendo, sia pure per il rado esiguo lettore dell’anima mia.
Sì, tengo psichiatra.
Sapete, non serve ad un cazzo di niente.
Potrebbe rivelarsi utile nel chiedergli l’ora o la strada per…
Lo chiederò ad altri, eventualmente.
A che serve lo psichiatra?
Per inveire contro il guardiano della mente? (non il dottore)
Io nella mia complessità, sfaccettatura o groviglio inestricabile di problemi, interessi, ideali, dilemmi, profonde lacerazioni, feroci dilaniamenti o soluzioni per l’uomo e pensieri di spessore per l’umanità ad ore perenni?
Il sommo dolore ch’è solo mio.
E me lo tengo! se comporta e dona l’Inferno creativo.
Il vento implacabile che lo tiene acceso il fuoco nel poeta?
Per quanto sia dolente la condizione, me lo tengo l’Inferno se mi dà di che pensare, se porge al mio cuore il pane interiore.
Io, come fossi ossimoro vivente?
Sempre sofferente, in ottimale condizione poetica? (licenza avendo)
Tengo psichiatra! e non serve a niente.
Non al mio cuore, non alla mente.
Forse, a reggere la facciata dell’ipocrisia delle apparenze?
La sensazione di uno che abbia il potere su di te, per come sei.
Il potere causa precedente TSO e ricovero ufficiale nelle cose della vita?
Peraltro, ignorando tutto del tutto.
Sua è la superficie, l’apparire, i perché invece nelle profondità, da colui mai esplorate.
L’avesse fatto, avrei dato pure resistenza (temendo incomprensione).
Caso complesso, aggrovigliato, improbo, impossibile da credersi per vero?
Nulla è impossibile, potendo sempre salire la scala interiore, a vedere le cose da un punto di vista diverso, più alto e dalla più vasta portata, però, come fossi caso unico al mondo?
Tale mi sento, pure mi penso: una doppia personalità, doppia vita, quella del proprio giardino segreto, in dichiarato Distacco Totale.
Dalle cose della vita, dai propri interessi immediati, dalle proprie urgenze pure.
Da le realtà avulso, come se dalla luna lo sguardo mio?
Io lo reggo il mondo, poi la semplice fatidica domanda: chi cazzo è che regge me?
Il caso che sono l’avrei pure risolto, essendo sopravvissuto nonostante ogni nonostante.
Non tutto chiaro, non tutto definito, però lo direi risolto, da studiare ancora molti particolari non proprio sullo sfondo.
Per quanto sia un soggetto bisognoso di continue cure, dico: lo scrivere è l’unica cura.
Scrivendo curo me stesso, io e non altri a poterlo fare, analizzandomi.
Tramite insolita psiche, lavorando pure sul genere umano, problemi personali a confluire nei generali, a mescolarsi, a dare forza agli interessi comuni, infittendosi nell’intrecciarsi.
La rabbia e la conseguente ferocia del Lavapiatti represso, funzionali in tal senso.
Rabbia, ferocia, Propulsione It, in chiave di GFG.
Io che non dovrei essere vivo! lo sono incredibilmente.
Cerco uno Psichiatra, Personale.
Gratuito, per puro interesse umano, psicologico, non avendo fondi abbastanza per permettermi quello che non sarebbe uno sfizio.
Psichiatra incuriosito da quello che scrivo, da come lo scrivo.
Non uno psichiatra di professione, la cui laurea al muro appesa attesta l’impossibilità di cercare la verità.
Presumendo e presumendosi, il presuntuoso.
Non il culo di pietra interiore che aspetta di essere imboccato come un poppante alle prime armi della vita.
Io cerco la voglia, la brama, l’ansia dello scavare, il minatore che non cerca l’oro.
La passione per la ricerca.
Uno studente, una puttana, un contadino vanno benissimo, se d’animo predisposti alla ricerca, privi di nozioni preesistenti se s’impongono come pregiudizi, scarsi di opinioni certe, pronti a varcare i propri limiti umani.
Non lo psichiatra laureato come impedito dalla sua condizione professionale.
Lo psichiatra che attende il problema venga a lui, si presenti ed esponga le proprie interiora.
Io non parlo mai, ma proprio mai.
Io non so parlare, implorare, chiedere, lamentarmi, dire o chiarire.
E’ la mia Malattia!
Quale sia il problema, la situazione, quale la disperazione, io non parlo.
L’incapace a dire, di spiegare alcunché al cervello semplicistico, distratto, limitato o su altri pensieri avvitato.
Io sono oltre ogni comprensione?
Il problema lo indosso, lo vivo e me lo porto avanti da solo, piuttosto.
Eventualmente, lo soffro l’indicibile perché il dolore più grande viene dalla minimizzazione, la derisione, lo scetticismo, la battutina, il muro altrui infine.
E’ chiaro: nel tenermi tutto dentro, io vivo il dolore in misura minore.
Magari crepo, sì pure.
Crepo o sopravvivo, arrangiandomi.
Io perché forse l’alieno?
Preferibile la sopportazione ad ogni costo o la morte, a tirare avanti e come va va’!
Il sommo dolore io so che cosa sia.
Io sono ancora vivo! e sarei pure risolto (da me stesso, in me stesso).
Non del tutto, non tutto chiaro, ma risolto diciamo.
L’esito probante: i miei libri come scritti, la mia scrittura, il raggiunto affinato mio stile, io nel genere innovativo.
Il folle compenso per la mia inspiegabile sopravvivenza in una vita folle?
Io sarei il mio psichiatra, per quanto ignorante, limitato in tal senso.
Però psichiatra potenziale, solo perché so dove scavare.
Dello scavare l’impulso, irresistibile.
Io nel mio indicibile, lo sarei risolto.
Però, però! come per uno psichiatra pure urge l’usufruire di un suo collega, per verificarsi, la rimessa a punto del meccanismo interiore affaticato o sedotto dalla follia delle follie altrui…
Il rigoroso controllo periodico, io?
Come per il prete, d’intima costrizione, a rivolgersi ad altro prete per doversi confessare a sua volta, il suo bisogno interiore?
Così io, di uno psichiatra la necessità costante per rivedere e rimettere a posto le eventuali razionali disfunzioni?
Perché mica posso fare tutto da solo, no?
Mi va bene lo studente, il contadino, la puttana, il prete, la casalinga pure.
Condizione: la loro predisposizione allo scavare, la voglia e la passione del minatore.
Potrebbero esserlo dei lettori/ici, addivenuti a sentenza in merito alle mie scritture da loro sorbite?
Il passa-parola sia che sia di elogio o di dura stroncatura.
Loro a dire nel loro dire, competenti per l’aver approfondito.
Quel che si potrebbe ben definire lo psichiatra collettivo?
Loro, secondo me… sì voi!
Ecco, grazie per il contributo alla conoscenza di me stesso, tramite tutti voi.
Elogio o dura stroncatura, a prescindere.
Grazie alla vostra prestazione da volonterosi dilettanti.
Perché del culo di pietra interiore della professione ufficiale con laurea da sventolare, che cazzo me ne faccio?
Poi, se la laurea al muro sia appesa, chi se lo ricorda?
Tutto è soggettivo e tutto relativo! sempre e comunque, chiaro no?
Le traversie, l’affanno lungo una vita, l’ho preso, l’ho strizzato e l’ho volto all’esterno, facendone un atto di guerra come tante volte nella storia dell’uomo.
A liberare energie, sfogare tensioni, la vibrazione delle proprie corde?
Perché io… sì, la guerra contro chi e come, il perché soprattutto: altra luce, altri punti di vista.
Poi, se tutto questo dolore fosse pure un bene?
Il mio Dolore, il mio Capitale?
Capitale d’autore e poeta, per poter giungere a tanto?
Altrimenti come e quandomai un cuore…
Se una porta si chiude, si aprono tutte le altre.
Se tutte le porte si dichiarano o restano chiuse, quanto si apre è l’universo dentro?
Sempre in chiave di GFG.
Il Mein Kampf di tale A.H., più folle, più criminale o più coglione?
In propria ambizione, di durissimo contrasto, la Spinta H nell’andare oltre me stesso, oltre l’uomo e le realtà tutte.
In tale chiave di lettura, criticabile, confutabile, A.H. pure quale risorsa al mio cuore, per contrarietà a tutto smuovere, nel fare altro e altrimenti, diverso l’universo.
Da tempo ch’è tempo, da libri addietro, teso ben oltre l’orbita di Plutone.
Però lo sguardo mio sulla Terra, come se dalla luna d’intenso.
Da orgoglio esistenziale sostenuto, proprio non so come sopravvissuto.
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