Il caso Dario Schoenberg
Il soggetto D.S. è un caso strano, forse non tanto insolito, però di difficile riscontro in altri elementi per come effettivamente si presenta.
Era un bambino sveglio, comunicativo, normale diremmo.
Questo, fino a quando è entrato in collegio, spesso a passarvi anche l’estate, per uscirne dopo dieci anni, emergendone apatico, riscontrabile già prima in alcuni rientri estivi, chiuso, non comunicativo, elusivo, ingannevole alquanto.
Il soggetto si dispiaceva quando rientrava a casa per l’estate (le volte che ci riusciva) perché non conosceva nessuno nella sua città di nascita, lasciando di colpo le sue uniche conoscenze in collegio.
Peraltro, rammaricandosi pure quando tornava nel collegio del momento (ai vari angoli del Friuli).
Il soggetto D.S. non ama essere toccato da materiale umano organico, né toccare a sua volta le persone, chicchessia, questa esigenza diluitasi nel tempo.
Non si ricorda di avere toccato sua madre, non se lo ricorda!
Non di averla baciata sulle guance nel momento degli addii o dei ritorni.
Da qui forse, l’origine del suo distacco dalle cose, dalla gente, dall’effimero mondo.
Scrutando più in là dell’immediato, dall’infanzia a questo abituato (ancorché inconsapevole della sua attitudine).
Influente, la mancanza del padre, forse un tenente degli alpini abruzzese, come ebbe a riferirgli la nonna Silvia Gaspard Schoenberg a precisa domanda, quando aveva ormai trent’anni (presumendo possa essere vero).
La mancanza del padre quale punto di riferimento unito all’assenza di ogni contatto fisico con la madre (presunto nel ricordo) ne hanno fatto un soggetto distante dalla realtà, inducendolo a vivere in un mondo tutto suo.
Da bambino leggeva libri, andava al cinema, scorrazzava solitario l’estate lungo il torrente non lontano, nella sua città natale.
Non aveva/non guardava la televisione, a parte le serate collegiali corali tipo “Rischiatutto” o gli sceneggiati RAI d’un tempo, le vacanze estive dove poteva vederla in collegio la sera, complice un’assistente che amava Orson Welles, oppure a Venezia, in casa della nonna che non poteva non sentire distante come tutte le persone della sua vita.
In casa c’era una radio per ragioni musicali della madre (quando se lo poteva permettere).
Il dialogo/comunicazione con la madre avveniva tramite la cucina (cosa vuoi da mangiare, lui altro per la testa) e cinema (grande passione d’entrambi).
Il soggetto ha preso a detestare con frustrazione l’atto/l’arte del nutrirsi, se non per il dovere strettissimo dello stare in piedi, pure prediligendo le cose buone nel momento delle scelte, poi sentendosi in colpa per queste sue intime deprecabili debolezze, pure confuse e negli ultimi anni a tutti confesse.
Invece, il cinema divenne il pilastro che reggeva il cielo della vita, affinché non gli cadesse addosso con le sue verità, il cinema quale desistenza dall’uccidersi o tentare la sorte eventuale della morte accidentale.
Ne l’esigenza assillante di punti di riferimento, esempi di modello comportamentale da emulare, come e cosa fare nella vita, si è arrangiato come poteva con quel che aveva sottomano: libri e cinema.
Si potrebbe affermare (con sostanza) che il soggetto D.S. sia il tipico esempio dell’italiana arte dell’arrangiarsi, per sopravvivere dentro, onde non giocare veramente il confronto con la morte.
Così constando il suo stato interiore, ebbe modo, opportunità, temperamento e soluzione nell’adottare padri adottivi che sentiva per ideali, traendoli a sé dentro come li percepiva dai libri o nel buio di una sala cinematografica.
Padri veri più veri del vero ed unico, non nella vittoria delle loro spettacolari imprese, non nei bicipiti, prove di forza o gli eclatanti finali.
Padri, nella loro forza d’animo, nella resistenza alle avversità, nella loro coscienza, fosse pure nella sconfitta o nella addivenuta morte cinematografica.
Da questi padri, da lui adottati, a trarne vita interiore, nel corso degli anni sempre più marcata e consapevole.
Questa pratica dell’adozione emotiva/intellettuale/comportamentale è andata avanti fino alla soglia dei quarant’anni e qualcosa, poi si è come fermata: per esaurimento degli esemplari adottabili, per la propria età matura o solo per la mancanza di spazio entro di sé, onde non poterne accumulare altri.
Figure paterne deducibili dallo scrivere suo esauriente, a rendere al mondo la possibile emulazione di tanto tanto tanto genitore interiore.
Il soggetto appare a tutti insignificante, come non avesse nulla da dire al mondo.
In verità, si troverebbe del tutto a proprio agio nel film sensibilmente audace che nella volgare banalità della vita quotidiana.
Nulla da dire, limitandosi a coltivare il proprio monologo nel suo giardino segreto, presumibilmente accudito dalla memoria non corruttibile di tale genitore.
Il soggetto non parla, è chiuso/sempre più chiuso, quanto più è tale, più cura, cresce ed arricchisce il mondo interiore, al riparo da ogni infestazione di superficialità e mediocrità varie.
Alternativamente, scrive scrivendo in modo alluvionale, in crescente crescendo di ispirazione, di vena poetica, di argomentazione.
La motivazione irresistibile dello scrivere tanto si situa nel dover comunicare se stesso, come plausibile in tanti autori di questa vita.
Questo indocile comportamento, avente per modello i pretesi padri di riferimento, lo si può facilmente rilevare dai libri resi al mondo, qualora qualcuno avesse tempo, occasione e voglia di leggerli onde verificare le tesi qui esposte.
Potremmo tranquillamente affermare: se una persona non legge tali libri, alcuni molto più significativi di altri, non avrà mai alcun modo di conoscere veramente il soggetto D.S., essendo la vita quotidiana più che altro l’ambiguo apparire, a protezione del proprio lussureggiante giardino segreto.
Con metodo, il soggetto ha preso a vivere una doppia vita, ormai divenuta consuetudine.
Il volto che appare è la maschera ufficiale che il soggetto offre, dovendo comunque regolarmente camminare tra gli umani, tenendo al riparo l’animo suo da maldicenze, risatine altrui o proprie mosse sbagliate, maldestre o malaccorte, dedicandosi a sviluppare ulteriormente l’altra personalità con accanimento, per renderla più cospicua, più robusta, più forte, meglio argomentata e dettagliatamente motivata per quando e come, nell’eventualità, avrà modo di rivelarsi nella sua oggettiva complessità.
Il volto segreto, nascosto/protetto, molto più eloquente o intrigante per qualsiasi analisi psicologica, psichiatrica o comunque di velleità scientifiche, tale ad un iceberg di cui appare in superficie solo il cocuzzolo, del tutto irrilevante la parte emersa ai fini di una deduzione del caso.
La parte emersa, anonima, insignificante, utile nel dover porre rimedio a possibili situazioni incresciose inerenti il soggetto stesso, senza dover fornire spiegazioni troppo difficili da rendere, non avendo poi le prove di se stesso, di quell’altro celato.
Il soggetto tace, nulla dice di questo suo mondo particolare.
Le poche rare volte che ci prova, spinto dalla disperazione del dover comunque esternare, comunicare o semplicemente vivere, l’esito passa inosservato tra l’indifferenza, l’altrui mancanza di tempo per prenderne atto o le cose altre da fare sempre incombenti.
Il risultato per il momentaneo folle sconsiderato tentativo di apertura, per il soggetto D.S., è sconfortante, deprimente, pure offensivo, al punto che egli giunge a chiedersi perché mai ne abbia parlato, chi glielo fa fare di tentare di gettare un ponte tra lui e gli umani, per ottenere l’ennesima umiliazione?
Lo psichiatra compreso certo, il proprio sicuro ineluttabile avvilente probante fallimento psichiatrico tanto temuto.
Ogni uomo è come un libro, se oltre la copertina non vai, lo potrai mai capire?
Così, il soggetto seguita a scrivere libri con fare imperterrito perché, stando alle risultanze di tutta una vita, è e rimane l’unico modo per parlare/comunicare il proprio interiore a questo uomo sentito per inadempiente, indolente, negligente, la conoscenza del nulla di niente.
Forse, finora, non le persone giuste, non le più intuitive, con cui comunicare?
Secondo le capacità espressive dell’autore, portate all’eventuale lettore con i rudimenti presi dalla strada della vita.
Tale soggetto non ha degli studi alle spalle, solo libri, musica e tanto cinema.
Il cinema a salvargli/motivargli/significargli la vita con padri adottivi a volontà.
L’osservazione del mondo poi, la riflessione perenne.
D.S. vive/convive con i suoi cinque sensi tutti fortemente attutiti.
La vista ovviamente perché porta gli occhiali, causa lettura di libri da bambino con luce non adeguata.
Peraltro, le cose spesso nemmeno le vede, quelle lontane sì, distanti, non le immediate, personali e spesso perfino urgenti.
Il tatto perché detesta il contatto, il distacco quasi fisico oltre che mentale, da cose e persone.
L’olfatto perché difficilmente distingue o percepisce gli odori, a meno che siano molto forti.
L’udito perché ci sente poco e comunque vive in un mondo tutto suo, neanche ascoltandoli dentro gli altri (quasi da rifiuto inconsapevole).
Effetto notato quando prese a lavorare come aiuto barista a sedici anni: quando un cliente faceva le sue ordinazioni, il dover chiedere di ripetere la richiesta più volte, spesso non riuscendo a comprendere nemmeno dopo le due o tre volte.
Evitando di insistere, come se prendesse per il culo, dando al cliente o riferendo al titolare quanto presumeva di aver capito.
Forse pure azzeccandoci, non sempre.
L’udito, quando una persona gli rivolge la parola, come l’alzarsi di un muro tra lui e gli altri, qualcosa lo vive dentro: non vuole sentire e si protegge istintivamente.
Nel ricordo, il fatto rilevato per la prima volta in quei sedici anni, diradatosi nel tempo, a volte si presenta ancora, in particolari occasioni.
Il gusto in quanto suole mangiare quello che capita, incapace di corrispondere il dovuto rispetto alla bontà eventuale della cucina o del cibo del caso, l’alimentazione non è mai il suo forte, il più delle volte mangia perché ha fame non perché anela un dato cibo, puro spreco di desiderio.
D.S. sostanzialmente detesta mangiare, scocciatura non altro, comunque poi dovendo sempre andare a cagare.
Questo, pure facendo le proprie scelte al bar o altre eventualità.
Del tutto distaccato dalla realtà, il soggetto è solito capire/intuire con grande ritardo quello che la gente vorrebbe suggerirgli/comunicargli, a volte solo dopo giorni, quando il fatto si è reso ormai inutile.
Accade, il soggetto comprenda alcune richieste anche dopo anni, nel ripensamento.
Per comunicare con tale soggetto, sarebbe utile dirla chiara la cosa invece di ricorrere ad allusioni o giri di parole, più produttivo il dire schietto, chiaro, esplicito anzi.
D.S. non poteva non crescere asociale, disadattato, privo di contatti umani.
Appartato in un angolo della sua mente, camminando nel mondo degli umani come per caso.
In apparenza, pare simpatico, pure socievole, disponibile.
L’ingannevole che si mostra in quanto costretto a convivere/interagire in un mondo di altre persone.
A volte, vorrebbe comunicare/parlare con qualcuno, fosse pure l’edicolante, il barista, attuandolo quando capita giusto per dire quattro fesserie di banalità estrema, per dare aria alla bocca.
In tali occasioni, per dire lo ha detto, spesso pentendosene, meglio fosse stato zitto?
Il consiglio che si dà poi, ogni volta, è di fingere, nascondersi, apparire per difendersi, continuando a scrivere, l’atto il vero senso e scopo della sua vita, a scrivere più forte, sviluppando una sorta di violenza interiore che si evidenzia nella progressione del linguaggio della sua scrittura.
Tanto più violento lo scorrere delle parole sulla carta quanto più dolente e falsa la vita del suo vivere ufficiale.
Il soggetto è dichiaratamente borderline, dai suoi libri lo deducete da soli?
Pure borderlawer, essendo alla perenne ricerca di un senso, di riferimenti ulteriori, di una legge morale interiore che con maggiore efficacia lo regga e lo conduca lungo le prove della vita, sempre difficile per tutti.
La ricerca della legge morale, della legge dell’uomo, dei codici in vigore o di se stesso, tentando le più insospettabili vie alternative, è una costante del suo lavoro d’autore.
Incapace di comunicare con gli umani dal vivo, ha trovato compagnia, dialogo e complemento in un cane, il rapporto vero effettivo, con gli umani, solo tramite la scrittura inesorabile e pure inesauribile.
Tendenzialmente paranoide, molto razionale approdo di tale ipersensibilità in date condizioni, il soggetto ha raggiunto il momento di equilibrio durevole dopo una vita vissuta al limite, non ravvisabile esternamente causa il gioco delle apparenze.
Equilibrio per modalità ed espressione del suo linguaggio, del suo pensiero, per tematiche, per adeguata continua fluente ispirazione, per acquisita consapevolezza di sé, per forza d’animo, per convinzione, per la riuscita letteraria di molti dei suoi libri, riuscita peraltro priva di riscontri altrui che loro soli possano definirne la concretezza.
D.S. vive in un perenne stato di sospensione, anche grazie alle proprie vicissitudini, complici le circostanti umananze, tra il Tutto e il Nulla, tra il possibile d’ogni impossibile e l’implacabile riscontro della dura realtà, come risulta nella volta di tutte le sue volte.
Oggi, il soggetto è giunto al punto in cui può reggersi senza le stampelle dei suoi libri, a mostrarsi per quello che è senza il timore del ridicolo, dell’indifferenza perenne, del non ho tempo da perdere o della altrui inguaribile trascuratezza.
Da giovane, era solito leggere anche un libro al giorno, di genere, più fruibili alla sua giovane età, gialli, fantascienza, fumetti e qualche raro libro di valore.
Da trent’anni circa, dal momento in cui si è innamorato, trova crescente e pressoché insormontabile difficoltà nel leggere, riuscendoci sempre più raramente, con somma difficoltà e solo con libri necessari al suo scrivere, oppure il giornale al bar (riuscendoci per sintesi e costrizione di tempi).
Vive con angoscia l’ostacolo sempre più duro della lettura d’ogni cosa, pure dei fumetti o la visione di VHS e DVD, riuscendoci sempre e solo per lavoro.
Stress, ansia, angoscia, mancanza di concentrazione, talmente impregnato di libri dentro da scrivere, da non riuscire ad impegnarsi sulle opere altrui.
D.S. tende a non flettere la spina dorsale, non riuscendo a mollare la presa sul suo animo, pur desiderandolo disperatamente sempre più spesso.
Saldo nelle convinzioni morali, seguendo la legge in vigore, sotto il costante segno dell’ispirazione, come fosse baciato dalle muse?
L’immaginario collettivo lo sente come fosse la sua vera inimitabile Famiglia.
Ogni proprio libro scritto quale il bene intimo più tale, il possibile lettore come fosse un cuore con cui comunicare/confessare se stesso.
Nei suoi libri, il soggetto la dichiara la sua asocialità, la condizione del disadattato, però la presenta in quanto normale, è la società che è fuori norma, da mettere urgentemente in riga, da curare assolutamente assiduamente.
A leggerne i libri, tale tesi potrebbe anche trovare fondamenti palpabili di qualche suggestione.
In tutte le evidenze, quella attuale è una Società chiaramente scientificamente Disturbata, nel midollo delle ossa.
Una Società Disturbata a tal punto che non riesce a trovare cura, rimedio o soluzione possibile, forse solo perché la compone la maggioranza dei viventi, loro detenendo i gangli della vita e del potere nelle proprie mani.
D.S. vorrebbe solo conoscere altri razionali devianti non disposti ad assoggettarsi a tale malato d’andazzo pressoché incurabile, non a farlo per convenienze, non il quieto vivere o il non saper che altro fare, l’agire ne la Magia del Fare?
Nell’incapacità cronica, ideologizzata ormai, espressa tramite le sue opere, non in grado di adattare se stesso al mondo folle, detta umanità vittima delle proprie irriducibili manie, abitudini/turpitudini, cui inducono gli irresponsabili che detengono pur sempre le possibilità di cambiare questo insulso modo di vivere, ne l’essere costretto a vivere, per poter convivere, il soggetto D.S. ritiene quale unica ineludibile soluzione (plausibile) il tentativo di adattare il mondo esterno a se stesso, come è e come si sente dentro.
Esplicito, il soggetto non si adegua/né mai lo farà (non ne è capace) con questa società, sia l’altrui inverso improbabile percorso ad avvicinarsi.
Considerando la situazione, la via più semplice, più sensata e più breve?
Questo è il caso D.S., disperato disperante sì, tuttavia si sente bene da solo senza stolidi esemplari a ronzargli intorno, il disturbo è sopportabile fino a che il soggetto riesce a scrivere, altrimenti non daremmo garanzia alcuna sulle sue reazioni.
Poetico, animoso, filosofo, solitario, asociale, disadattato, solipsista, a corto di fiato.
Paranoide, questa predisposizione forse da sempre.
La paranoia alla ribalta negli anni ottanta, il desiderio d’una Daniela con cui parlare aveva travolto le resistenze dell’impossibile e della ragione, come nel 1997, cascandoci di nuovo (ma questa volta non c’era una possibile Daniela in campo).
La paranoia come causa e stimolo d’un furore creativo senza eguali a noi conosciuti.
Senza la paranoia, il soggetto D.S. sarebbe un autore mediocre e di parziale fantasia.
Partendo da zero, siamo cresciuti grazie a una dedizione costante e all'impegno per il miglioramento continuo. Ogni passo ha rafforzato la nostra convinzione fondamentale nel potere della collaborazione e nell'importanza dell'integrità . Siamo appassionati di ciò che facciamo e siamo entusiasti di condividere la nostra storia con voi.
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