La mia vita fino al 10/4/2014

Pubblicato il 12 marzo 2026 alle ore 17:55

La mia vita fino al 10/4/2014

 

Nascita e infanzia. Per alcuni aspetti, storia alquanto inverosimile la mia, eppure così è andata, tendenzialmente paranoide da ragazzo, senza entrare troppo nei dettagli.

I miei antenati venivano dallo Schleswig-Holstein, tre secoli fa si stabilirono a Tarvisio.

Così mi è stato detto. Nel tempo, la mia famiglia ebbe a gestire una birreria in via Armando Diaz nr. 1, la birreria Schonberg che mio nonno, senza dir niente a nessuno, vendette alla Dreher di Trieste, quando ero bambino.

Mia madre Laura Schonberg, il padre non lo conosco, una sorella Cinzia.

Probabilmente avrò altri fratelli o sorelle, tramite figura paterna assenteista.

Quando avevo trenta anni, a mia domanda mia nonna mi disse che mio padre era un tenente degli alpini abruzzese.

Nascita il 29/6/1956 a Tarvisio (UD), alle sei meno un quarto del mattino.

Residenza fino al 1971 a Tarvisio, quindi a Trieste (trasferimento di mia madre per fuggire dall’ambito tarvisiano, sentito per molto oppressivo).

Scuole, adolescenza. I elementare in sanatorio a San Daniele del Friuli, pure bocciato.

I elementare ripetuta a Tarvisio.

II elementare a Lignano.

III, IV, V elementare e I media a Piani di Luzza (Forni Avoltri).

II e III media a Cividale del Friuli.

La I dell’Istituto Tecnico Industriale ancora a Cividale del Friuli (solo in quanto assistito, non ci capivo niente, tuttavia promosso).

Tutte queste scuole in collegio perché gratuite, Istituto Friulano Orfani.

In collegio, a volte a passarci pure l’estate.

Infanzia e adolescenza solitarie, collegio a parte, poi tutta la vita pure.

Quando a Tarvisio (l’estate), l’esplorazione del Rio Bartolo a nove-dieci anni o per i boschi, a volte con una zia là dove c’erano i cervi (recintati purtroppo).

Se delle elementari e delle medie facile e pure piacevole lo studio, nella I ITI e susseguenti scuole professionali, l’ultimo della classe possibilmente.

Probabilmente, sarei andato ottimamente al liceo classico o scientifico, al DAMS di Bologna se già esisteva, non avendo denari, non le informazioni, non a chiederne per timidezza o per semplice incapacità, è andata come è andata.

Nel 1972/73, scuola professionale di elettricista.

Conseguito l’attestato non sapendo assolutamente niente: copiato il circuito del vicino

all’esame e quiz finali con risposte quasi a caso, l’esito inspiegabilmente positivo.

Frequentato il primo anno di tecnico elettronico (se il termine è giusto), ultimo banco e mai attento a quel che diceva l’insegnante, le chiacchere con i miei pari disattenti.

Circuiti elettronici, non ci capivo niente, non me ne fregava niente.

Anni 1975/76 e 76/77, frequenza scuola professionale per operatore contabile.

Qui, si andava già meglio: ci so fare con i conti.

Me ne importava relativamente, però con i conti me la cavavo.

Forse, il primo anno il migliore della classe, il secondo probabilmente l’ultimo (cadute le pur labili motivazioni).

Esame finale, ingerii delle pillole (ansiolitici, persi i sensi in aula): non il vero tentativo di suicidio, più che altro non sapevo che fare della vita, un tentativo per comunicare?

L’attestato di qualifica di operatore contabile me l’hanno dato poi per pietà o perché ero stato il migliore nel corso del primo anno di frequenza?

Vita sociale. Nel 1978/1979/1980 circa, iscrizioni a WWF, Amnesty International, Partito Radicale, forse anche altri soggetti, non sapendo poi che cazzo fare, quale l’agire, niente avendo da dire, buone intenzioni a parte?

L’iscrizione al WWF? Di sensibilità ambientale già allora, tuttavia frustrato per relazioni umane zero e nessun futuro all’orizzonte.

Da bambino, a Tarvisio, avevo un gatto (di mia madre) che dormiva ai miei piedi, sotto le coperte.

A Trieste, a diciotto anni mia madre ne prese un altro. Nel tempo, quando ero solo, a sfogarmi su di lui, terrorizzandolo, ricordo che mia madre se ne accorse perché trovò le sue feci dietro i mobili, dove andava a nascondersi, la spiegazione possibile una sola: io il colpevole. Un giorno, arrivai a tagliarli pure parte dei baffi, sapevo che erano importanti per un gatto, ma non quanto importanti, mia madre si arrabbiò moltissimo.

Credo, ma non sicuro, questa mia persecuzione abbia avuto inizio perché questo gatto non si lasciava accarezzare, si scostava, si sottraeva al bene che gli volevo dare.

La frustrazione crebbe di intensità, io a non saper che fare.

Ragazze nessuna, amici zero/a parte il giro del Bar Sergio dove lavoravo, amichevoli loro, non amici, perché se non riesci nemmeno a parlare dei tuoi problemi…

Militare. Da ottobre 1977/ottobre 1978 servizio militare a Salerno, Napoli e Trieste.

Attività da telescriventista.

Frequentata la Scuola Trasmissioni a Napoli senza il minimo di attenzione.

Niente a capire, dissennatamente, da aspirante scrittore, i messaggi cifrati nel Quartiere Generale Truppe Trieste a batterli con le dita indice.

Nessuna chiarezza, niente idee.

Nebbia assoluta.

Sapevo che non andava bene, senza conoscere possibili alternative.

Il bar. Dal 16 marzo 1973 all’ottobre 1977, aiuto barista al Bar Sergio (Riccobon).

Piuttosto imbecille io sempre, però il lavoro mi ha aiutato a svegliarmi un po’.

Problemi nel recepire le ordinazioni, a volte/spesso come se, alle richieste altrui, dentro di me calasse un muro, sbarramento a prendere spessore e vigore quando qualcuno mi rivolgeva la parola (l’ordinazione).

Le sentivo fisicamente, non riuscivo ad ascoltarle le parole, non le capivo.

Il muro di fronte agli altri che si levava fino a qualche anno fa, sempre più raramente, nel chiedere un’informazione, accadeva non intendessi la risposta.

Non a comprendere appieno i gesti altrui allora, per esempio: non perché una ragazza scrisse il suo numero di telefono sul mio block-notes.

Ora lo so, non allora, non bene almeno.

Avendo una mia entrata personale (il bar), rammento, un giorno dissi a mia madre: da oggi in poi, la paga me la tengo io, compro i vestiti da me e tutte le mie necessità, cinema, gialli, Urania, dimenticando che mia madre doveva pensare da sola al mangiare e l’affitto, le bollette.

La paga da aiuto barista mi pare fosse di 12.000 Lire (forse d’estate, a tempo pieno, 6.000 l’inverno? solo il pomeriggio Comprata? non ricordo).

Scrittore, poeta. mia prima macchina da scrivere nel 1979, credo (avendo i soldi, lavori trimestrali di allora).

L’acquisto, dopo aver tentato maldestramente di rubarla mesi prima.

Primi racconti orribili e testi vagamente poetici lunghi anche undici pagine che mandavo in giro, spero cestinati subito (ricordo Lotta Continua non le altre destinazioni).

La fortuna è che nessuno li rammenterà i testi, non l’autore, improbabile la loro conservazione (il cestino, subito! lette le prime righe e vista la lunghezza del testo).

Inviati con frequenza testi al giornale di annunci gratuiti “Il Mercatino” di Trieste, diverse cose pure pubblicate.

Tutto questo sotto pseudonimo naturalmente (W. E. Orsini).

Il fatto dello pseudonimo la mia ossessione.

Lavoro. Non ero determinato, non riflessivo sul mio futuro, non avevo pensato al liceo, scientifico o classico, come non al DAMS di Bologna, se esisteva già.

Comunque, non avevo soldi per studiare, i libri, vestiti adeguati.

In seguito, dopo il servizio militare, lavori trimestrali tramite Legge Giovani con ACI, Poste Ferrovia e Nettezza Urbana (disaffissatore inizialmente). 

Dal gennaio a settembre 1981, impiegato come pesatore al Porto di Trieste.

Nel settembre 1981, le ferie.

Disastroso viaggio a Firenze in autostop, con Elisabetta Fabris (conosciuta entrando nelle case/tentando di vendere corsi scolastici per corrispondenza, Mai Uno, non l’attitudine).

Non a sbolognare corsi per corrispondenza, né enciclopedie, l’altro mio tentativo (più che altro un parlare con gli inquilini delle cose più varie).

Firenze, mia scusante con la Fabris per comportamento da imbecille (oltre all’essere sempre stato solo), pensavo ad altra ragazza, Elisabetta “Io non ti sopporto più!”

Arrivati al mattino, subito separati all’arrivo (già diceva male), alle undici di sera, a Firenze “Se mi dai i soldi del treno, me ne torno a Trieste.”

Lei voleva fare il viaggio per dimenticare una persona, il meno indicato io in tal senso.

D’altronde, ero coerente: al ritorno a Trieste, non mi sono più presentato al lavoro poiché innamorato, non avevo più la testa, licenziato in tronco, non avevo fatto nemmeno una telefonata per avvisare mia assenza.

Daniela Messineo. Dal settembre 1980, la svolta della vita.

Nell’emeretoca della Biblioteca Attilio Hortis, un giorno o una sera, leggendo il giornale, percepii un soave (mai più sentito se non da lei), alzai la testa e vidi Daniela Messineo passare, era bella e pari al suo profumo.

Comportamento passivo, consapevole che dovevo fare io qualcosa.

Però, che ci potevo fare: una casa di merda, il disagio familiare di sempre, proprio niente soldi in tasca e solo la III media, mentre la ragazza era evidentemente universitaria?

Pure figlia di un medico.

Il desiderio di parlarle, di conoscerla, quali le sue canzoni, i libri ecc.

Poi, un mattino…

Poco prima di mezzogiorno carpii nome e cognome possibili dalla scheda d’entrata consegnata in biblioteca.

Identità confermata seguendo la ragazza, verificando i cognomi accanto ai pulsanti per parlare al citofono, Messineo qua, Messineo là.  

Una lettera idiota scrissi, con incipit più stupido ancora per l’innamorato che ero.

Come rompere il ghiaccio il problema di sempre, di tanti innamorati presumo (e non solo).

Niente soldi, una casa di merda, una famiglia messa male e la III media in coscienza, impacciato con le parole parlate e pure con i movimenti: non ci sapevo fare.

Le cose le sapevo abbastanza, senza parlarne mai con nessuno.

Non sapevo parlare, risultando a me stesso pure l’ignorante che ero.  

Nel frattempo ero stato assunto in porto, ai primi di gennaio, pesatore.

Avevo scritto una lettera a casa di questa bellissima Daniela?

Emeroteca, 11/2/1981, le sei della sera, l’attimo del delitto (come da me percepito).

Stavo leggendo il giornale quando lei passò e mi chiese: hai scritto tu una lettera a casa mia? (queste più o meno le parole)

Paralizzato, il collo dietro che pulsava all’impazzata, non alzai nemmeno la testa.

Forse, non respiravo nemmeno?

Avessi almeno frequentato il liceo classico o scientifico…

“Allora, niente?” disse ancora.

Non ricevendo risposta né un cenno, passò oltre.

Al Porto di Trieste, non ritiravo nemmeno la paga, dovevano sollecitarmi ripetutamente, mi sentivo indegno o semplicemente non m’interessava (pur non avendo altre fonti di guadagno).

Daniela: allora, niente?

Se ne andò a studiare sui suoi libri, avessi risposto “Sì, sono stato io!”, cosa avrebbe detto?

Chi era Daniela dentro di sé, quale personalità, carattere, l’indole?

L’occasione per saperlo persa per sempre.

Così, con detta Daniela, fu quasi tutto, il resto appartiene solo alla mia immaginazione (Roma e Venezia).

Nei maldestri e vani tentativi di rimediare, seguirono altre lettere seguendo la linea dell’incipit della prima (più o meno “Sei bella, immagino avrai già un ragazzo!”), appostamenti nelle vicinanze della biblioteca, sovente insistendo l’andare nell’emeroteca stessa per vederla passare e sognare.

Ormai, il danno era fatto.

Figure patetiche sempre più comiche nel goffo disperato protratto tentativo di risalire la china, precipitando ulteriormente nel vortice dell’abisso.

Tecnicamente, come fosse una molestia, possibile?

Ero approdato nel mio Inferno di Significato.

Non sono mai stato un gran fisionomista.

Non solo vicino alla biblioteca, in seguito pure per tutta la città, da lontano o da dietro, arrivavo a vedere lei in ogni ragazza che vedevo, se di statura affine.

Cambiando spesso la Daniela pettinatura e colore dei capelli, tante potevano essere lei.

Non potevo non farlo per accertarmene, pedinamenti, corse, palpiti e ansie, nel solo tentativo di sapere se almeno avevo visto lei o se mi fossi sbagliato.

Spesso, tornarsene a casa sconsolato/affranto per non essere riuscito a capire se l’avevo vista o era un’altra.

Cuore dolente in perenne.

La speranza del giorno dopo, l’Inferno ulteriore.

La presenza in emeroteca, per vederla passare, e se non accadeva...

Non poteva andare avanti così, ovvio: non a Trieste.

Dovevo andarmene ad ogni costo.

Dopo il licenziamento da pesatore, lo stato d’animo ossessionato dal suo volto, capelli, figura, profumo, non lo cercai un altro lavoro (coerente con il non essermi più presentato a quello che già avevo).

Mesi di fame nera, passati a guardare i libri di cucina di mia madre per tacitare lo stomaco (pur detestando il mangiare, i libri in argomento) o rubando per negozi e supermercati (non che fossi bravo, solo fortunato a non farmi prendere).

Le radio. Nel 1979/1980 avevo preso ad ascoltare Radio Radicale, i filidiretti soprattutto, la sera, la notte, ricordo Sergio Stanzani Ghedini.

Nel 1981, forse i primi giorni d’autunno, avevo preso ad ascoltare la frequenza di Radio Onda Libera, mandando loro pure qualche testo inerente l’innamoramento.

Testi che mandavo pure al giornalino di annunci “Il Mercatino”, senza verificare se pubblicati (i soldi per spedire i testi non ricordo reperiti come, però non i soldi per comprare il giornale).

Da innamorato, non scrivevo più testi poetici interminabili, avevo preso a comporre sonetti, belli forse ancora adesso (firmando col mio vero nome, caso unico fino al 1998).

L’evoluzione poetica grazie a Daniela, alla concretezza del mio avere qualcosa da dire.

Male, però la forza dell’amore?  

Frequentazioni peraltro silenziose ed elusive quelle con la radio di cui sopra.

Ero un coglione, forse lo capirono! non subito però.

Ricordo i nomi dei conduttori radio, Claudia Cernigoi, Diego Brandolin, forse interessati a portarmi in radio, ricordo allusioni al film “Il corvo” di Clouzot (le lettere inviate, inizialmente anonime).

Nella mia solitudine, nella mia ignoranza, avevo preso a supporre la Daniela fosse venuta in contatto con questa Radio Onda Libera, ipotizzando loro l’avessero cercata, forse anche a causa dei testi a loro inviati o su “Il Mercatino”.

Del resto, un innamorato è portato a tutte le fantasiose congetture possibili causa le proprie irrefrenabili speranze, se no che innamorato sarebbe?

Però, bisognerebbe fare di più: rispondere “Sì, l’ho scritta io!”, per esempio, oppure scriverne un’altra confessando la propria timidezza, l’ignoranza ecc…

Importante, prima di andarmene da Trieste, dissi alla radio che sarei andato a Roma.

Lasciando detta la destinazione, conseguente quanto successe nella città eterna: supporre e poi credere, convinto, la speranza sempre, glielo avessero riferito e la Daniela mi avesse seguito a Roma.

Sono tendenzialmente paranoide da sempre, la solitudine fa di questi effetti.

Nel mese di giugno rubai blue-jeans e sandali in un grande magazzino.

Una borsa a spalla, capiente, la comprai vendendo con dolore la macchina da scrivere (l’altro dolore era maggiore).

I ragazzi/e di Radio Onda Libera forse ritenevano scrivessi bene (non mi pare adesso) perché avevano cercato di aiutarmi, trovandomi una stanza in casa di uno di loro, cosa che io non raccolsi, non l’avevo nemmeno ben capita, nemmeno sono sicuro sia così, se non me lo dicono esplicitamente e mi lasciano alla mia immaginazione…

Roma, i radicali. 5/7/1982, giorno di partenza, vidi in un bar di Piazza Garibaldi Italia-Brasile 3 – 2 e mi diressi alla periferia di Trieste dove feci l’autostop.

Avevo diecimila o ventimila Lire in tasca, non volevo sopravvivere, speravo nel cupio dissolvi.

A Roma, vi arrivai ricorrendo esclusivamente all’autostop.

Roma è città adeguata al dimenticare e dimenticarsi.

Giungendovi in tempo per vedere in un bar Italia – Polonia 2 – 0, bar vicino alla vecchia sede del Partito Radicale, in via di Torre Argentina, il numero 18 di allora.

Cupio dissolvi, dimenticare/dimenticarsi, poi a morire in qualche modo, le speranze in tal senso di quell’allora.

Roma poi, per andare alla sede del Partito Radicale, avendo preso ad ascoltare la loro radio anni prima, mi piacevano, perché non conoscerli: in attesa di morire, morendo dentro nel frattempo, il Partito il punto di riferimento, comunque da qualche parte dovendo andare in una città sconosciuta.

Presi a frequentare la sede del Partito.

Cupio dissolvi a sparire, a morire in qualche modo, sopravvivendo nel frattempo.

A Roma ci ero arrivato: vada come vada, accada quel che accada.

Primo contatto, dopo la sede, la tenda radicale in Piazza Navona, dove dormivo la notte, in un angolo della grande tenda, come un militante, stando ai tavoli, però a dormire dove?

Devo confessare, avendolo pure scritto in un libro sul Partito Radicale, il libro come fosse per restituirglieli (cedendo loro anche i diritti dello stesso), dall’autofinanziamento di Piazza Navona, nel luglio 1982 mi sorpresi a sottrarre 20.000 lire, restituendoli con il libro, gli interessi delle 20.000 lire calcolati (i diritti come un dovere).

Radicale ormai d’affezione, causa filidiretti Radio Radicale, fare per fare qualcosa, costretto a vivere dalla vigliaccheria (nel non uccidersi), mi impegnai a telefonare ai sindaci italiani per proporre loro un appello contro lo sterminio per fame nel mondo.

Io con un altro ragazzo, Vincenzo, fuggito pure lui da casa per non so quale motivo, da Frosinone o provincia.

Vincenzo cui devo 100.000 lire, chieste chissà perché, ottenute in prestito nel 1984-85 (incontro casuale) e mai più restituite.

Non mi pare vero di avergliele chieste perché prive di motivo, però così dovrebbe essere.

Telefonate ai sindaci, proprio io che con le parole parlate non ci so fare, proporre per proporre proponevo, se la telefonata si addentrava o se il sindaco addirittura dava subito l’adesione, l’imbarazzo superato in qualche strano modo che non saprei dire.

Ringraziare sì, ma come? con quali parole? quale l’entusiasmo?

Io sono un tipo freddo, non mi accaloro, non sono solito esprimermi oltre la mia modesta misura.

Nel frattempo, dormivo dove capitava, all’aperto, avendo anche trovato un casolare disabitato periferia-campagna, grazie ad un compare capitato al partito per caso.

Mandati via in seguito dai carabinieri che cercavano pure le piantine di marijuana.

Telefonate, appelli e dormite all’aperto (faceva caldo allora), per lavarsi, i bagni pubblici della stazione Termini.

Guadagnando qualche soldo ai Mercati Generali dell’Ostiense (mi pare), scaricando le casse la notte, 10.000 Lire la paga per alcune ore.

Qualche vestito regalato da Michela che faceva copia con Giusy in funzione di similsegretaria d’ufficio, leggendo anche le adesioni all’appello alla radio, pantaloni da donna e maglioncino rosa per la notte, i suoi doni perfetti (pesavo ormai 56 KG).

Michela che, con una colletta, mi pagò anche una lente degli occhiali quando si ruppe.

Marisa. La situazione cambiò quando dal partito passò Marisa, colei che durante la seconda visita mi diede ospitalità passandomi un biglietto e suo numero di telefono.

Lo dico subito: in seguito, lei disse che era innamorata di me, aveva 55 anni, io 26.

Potrebbe essere la verità la sua, come pure solo il crederlo causa la solitudine e la speranza di poter essere utile a qualcuno, Marisa abitava sola, si sentiva sola, il bisogno estremo di fare qualcosa, di sentirsi necessaria nel suo vivere, di condividere qualcosa con qualcun altro.

Questo implicava il far da mangiare per un’altra persona, lavare la biancheria, salvo poi lamentarsi per il tanto da fare che comportava.

Però, il suo bisogno di fare qualcosa della propria vita, indotto a mangiare anche se non volevo tanto, per pudore, perché passare dalla fame alla sazietà, dentro di me, non mi andava, la costrizione a mangiare, ossessionato da parole e parole, anche quando non se ne aveva voglia o non lo si voleva, altrimenti il dispiacere e Dolore di colei del quale ero ospite.

Continuavo a frequentare il Partito Radicale, a telefonare ai sindaci italiani, la Michela mi aveva offerto dei pantaloni? Non più abitabili tali vestiti… Marisa a darmi quelli di suo figlio e delle giacche pure.

Maliziosamente, Michela a dire: uno l’abbiamo sistemato, rimane l’altro (Vincenzo di Frosinone).

Da 56 kg che pesavo nell’agosto 1982, arrivai a 90 in dicembre, la vergogna di frequentare il partito in quelle condizioni, tanto che non ci andai più per un anno e mezzo. 

Marisa innamorata di me dicevo, la necessità di crederlo, io pensavo ancora (e glielo dicevo) alla ragazza di Trieste.

In verità, conobbi due ragazze, una radicale ed una quale amica di Michela, Fulvia e Anna, delle quali mi credetti io innamorato, di entrambe al contempo (il senso di solitudine sempre, il bisogno di parlare con qualcuno a mia volta, io giovane solo), le ragazze erano carine, amichevoli, mia la necessità di confessarmi forse?

Con Marisa ebbi rapporti sessuali, moderati, non entusiasmanti, aveva l’età di mia madre, a scriverlo me ne vergogno.

Preciso, alle avances di Marisa, dettasi innamorata di me, non ho mai dato speranze, non corresponsione affettiva, rapporto sessuale a parte, ne percepivo distintamente il dolore, pure pensavo ad altre figure femminili, esplicitandolo a volte.

Dormivo nella stanza che era stata della figlia.

Assistetti ad una lezione dell’Actor’s Studio di Roma (nel 1983?), il desiderio di frequentare: per imparare a recitare meglio la propria vita, una maschera! non il mestiere dell’attore, in ogni caso non avrei saputo fare il gatto.

Esserlo dentro sì, pure celato, non a farne le movenze in pubblico.

Marisa a passarmi anche dei soldi, 10.000-30.000 lire ogni settimana (più l’abbonamento al bus, che di rado facevo veramente), forse la speranza di un mio ravvedimento o semplicemente per il bisogno di dare.

Marisa si lamentava che ero come i suoi figli, non volevo mangiare tanto, non attenzioni, non questo e non quello, non avevo bisogno di cose ecc… anche i figli sottoposti a questo stress (urgeva l’intervento di uno psichiatra?)

Dare/costringere altri a mangiare quello che preparava, incapace di avere una vita propria, buttando sugli altri i propri bisogni, è giusta la definizione transfert?

Daniela Amenta, Radio Proletaria. Il sospetto o la speranza latente che Daniela mi avesse seguito a Roma (il pensiero della disperazione), teoricamente possibile avendo detto a Radio Onda Libera di Trieste dove andavo, ma non il perché (cupio dissolvi, Partito Radicale), che Messineo fosse a Roma… a crederlo dalla primavera del 1983, ascoltando una canzone di Luigi Tenco su Radio Proletaria.

Radio Onda Libera che sapeva dove andavo, che sapeva delle poesie su il Mercatino, poteva aver contattato la Daniela e condiviso l’informazione su Roma, Radio Proletaria sempre di sinistra, anche se forse le radio concorrenziali.

Depresso, inattivo, Marisa a spingermi a trovare un lavoro o ristoro mentale e spirituale in un day hospital di Roma.

Annunci di carattere sessuale su Paese Sera o su Metrò, alcune risposte, un incontro senza esiti particolari.

Radio Onda Rossa e Radio Proletaria le ascoltavo per via della musica, poi Luigi Tenco, il cuore prese a congetturare: Daniela mi aveva seguito, la canzone l’aveva fatta mettere lei, non a farlo esplicitamente, desiderava io parlassi, che fossi più audace?

Non so quando sia iniziata la paranoia, forse già a Trieste, immaginavo il contatto tra Daniela e Radio Onda Libera, alcune parole dette per radio male interpretate.

Quando andai in radio a Trieste, nella loro sede, non dissi quello che pensavo veramente.

Sì, tutto iniziò a Trieste, a Roma, il cuore si riaccese.

Tendenzialmente, paranoide, credo lo fossi fin da ragazzo, leggendo un libro sulle profezie di Nostradamus e loro interpretazione, il Male, credetti di essere io quello, il che mi portava ansietà, senso di importanza e mortificazione al contempo. 

A Roma, presi ad ascoltare Radio Proletaria con assiduità, nella convinzione crescente Daniela Messineo fosse a Roma, ipotesi che si fece più intensa e più folle.

Da tempo, avevo preso a scrivere poesie al giornale di annunci economici Metrò di Roma, inizialmente diverse pure pubblicate.

Presi a scrivere lettere a Radio Proletaria, la prima con un incipit tale che non so cosa ne abbiano pensato.

Come fossi chissà chi, tono supponente, forse firmando all’inizio con il mio vero nome (improbabile, comunque non il cognome), forse anche con nomi di attori o personaggi dei fumetti, non firmando addirittura? non avendo al momento nomi a disposizione in mente.

Con nomi di fantasia presi dall’immaginario collettivo firmavo pure le poesie a Metrò, in tutto alla fine 150 circa, pubblicate alcune, nel 1985 poi più niente nonostante le molte belle e impegnate, forse perché avevo scritto alla radio di questa mia attività e convennero entrambi che dovevo parlare invece di scrivere e scrivere soltanto?

Ne rammento una da me firmata Greta Garbo, invece pubblicata una simile, nella forma e nei contenuti, però firmata Brigitte Bardot.  

Intrallazzo tra la radio e Metrò? certo, certissimo, anzi probabile.

Da parte mia, il rapporto si intensificò.

Non ricordo quando, dormendo alla Stazione Termini, nei sotterranei, mi avevano rubato il passaporto (scaduto e mio unico documento), Marisa a fare da testimone per la nuova carta di identità.

Ero ritornato al Partito Radicale, non c’era più Michela (forse perché trattata male), nemmeno Giusy, c’erano altre persone, militanti sempre.

Al PR non ci ero più andato per la vergogna di essere ingrassato e perché le telefonate ai sindaci non davano alcuna soddisfazione al mio senso di solitudine, di inutilità, era solo un fare qualcosa per fare, esaurita la propensione sui sindaci col passare del tempo.

Tuttavia, ascoltando Radio Proletaria e non altre emittenti al di fuori della sede PR.

Nel settembre 1984 (mi pare) andai in missione in Sicilia, per il PR, per consegnare materiale elettorale a Messina, per andare poi a Reggio Calabria, il tragitto sul traghetto con Mario Di Stefano che nella sera disse “Noi siamo i puri”, frase da non dire mai, autocelebrandosi, privo del senso della misura o del pudore?

A Reggio mi fermai una settimana, ospite non mi ricordo di chi, pure con Buzzanca di Cagliari credo, distribuendo volantini, in sostanza non facendo niente (Reggio la città del padre di Daniela Messineo, l’ho visto a Trieste sul libro dove c’erano tutti i medici, l’età quella di mia madre).

Ricordo che da Reggio mandai una cartolina fatale alla radio a Roma, più o meno vi dicevo (alludendo): ci vorrebbe una Daniela in radio, oppure... manca una Daniela.

Tornato a Roma, frequentai ancora il PR, smettendo ben presto (preda della danieliade) perché in radio apparve, sulle frequenze, Daniela Amenta con la trasmissione “Italia suona”.

Io a capire Daniela Menta e così a scrivere e destinare le lettere, supponevo il dolce pseudonimo, la Amenta a precisarlo bene il suo cognome più volte (la credevo la Messineo ormai).

Perché sì, avevo scritto “ci vorrebbe una Daniela…”, ora una Daniela c’era per davvero.

Dedicandomi esclusivamente, ossessivamente (con non so quale effetto su Marisa), all’ascolto di Radio Proletaria, persi completamente la ragione o il senso delle cose.

La vidi, Amenta era diversa da Messineo, come abbia potuto immaginare che…

Però l’altezza era quella, per i capelli mi sono detto ha cambiato pettinatura influenzata dal nuovo ambiente (come faceva spesso Messineo a Trieste, cambiare pettinatura e colore), saldamente convinto fosse proprio lei.

Perché dovevo crederlo, quasi un’ancora di salvezza per la disperazione quotidiana.

L’umore tra esaltazione compositiva e la depressione per il non riuscire a comunicare.

Mi ero pure presentato alla radio quale collaboratore, alla consolle, Paolo Pioppi grande direttore “Cosa sai fare?”

La consolle, non a dire che scrivevo io le lettere, forse che lo sapevano già?

Ero un disastro, ben presto venni tolto dalla consolle e me ne stetti a casa di Marisa o per le strade di Roma, a dipendere da dove dormivo al momento.

Una sera, un concerto di periferia (1985), organizzato dalla radio, mi sedetti in disparte, chi si siede vicino?

Daniela Amenta con una amica, qualche parola, io a non saper che dire/esordire, imbarazzato da tanta audacia, in seguito Daniela al microfono della consolle nel furgone della radio (immagino) “Chi non risica non rosica”, suppongo parole a me indirizzate.

Continuare a scrivere poesie e mandarle a Metrò (mai più pubblicate), pure a Radio Proletaria (nella loro cassetta postale), oltre alle lettere (confidenze alla Daniela ormai).

Forse, per un certo periodo venni pure seguito da alcuni ragazzi dell’ambiente della radio, ipotizzo: io ad aver scritto loro di questo sospetto, loro ad eseguirlo per schiodarmi in qualche modo?

E’ un concreto sospetto, non sono un gran fisionomista (scambiare una ragazza per l’altra per esempio, d’altronde a me necessario), però alcune facce a gravitare spesso a me attorno, pure sorridendo, come a sfottermi? o smuovermi dall’immobilismo?

Rammento che scrissi che da giovane volevo fare il giornalista, lo scrissi a Daniela.

D’altronde, ero solito mettere annunci su Paese Sera, direttore Claudio Fracassi.

Dopo qualche tempo, sulla segreteria telefonica degli annunci del giornale, la voce che invitava a lasciare un messaggio, un giorno, fu chiaramente quella di Daniela Amenta (io a fare il numero una decina di volte per sentirne la voce, incredulo).

Come fosse un invito a presentarsi al giornale per mettermi alla prova come giornalista?

Non poteva esserci altro motivo, voce inconfondibile quella di Amenta, quella di Messineo chi se la ricordava più (sono state poche le parole da lei pronunciate).

Il giorno dopo, tra i messaggi, chi è quel gran figlio di puttana che…

Chiaro riferimento a chi componeva il numero tante volte senza poi lasciare messaggio.

Il giornalista era il mio sogno da ragazzo, non ho mai provato seriamente a tentare la sorte, la realtà è che non potevo farlo, ho troppa fantasia e sono troppo soggettivo.

Due qualità che fanno il pessimo giornalista.

Buttato fuori casa più volte da Marisa, con i soldi necessari per tornare a Trieste e qualcosa di più, andavo in una pensione, ascoltando la radio, finiti i soldi, all’aperto con delle coperte e un borsone.

Devo confessare che con i soldi che mi passava ogni una o due settimane, oltre a comprare il necessario per scrivere, il giornale Metrò, le buste per inviargli le poesie e francobolli, con quei soldi frequentavo pure cinema a luci rosse oltre al cinema teatro Volturno (film porno alternato a spettacolo di streaptease), gli spettatori qui a grande maggioranza dei militari.

Andare a Trieste quando proprio la Daniela era a Roma?

Proprio no, dopo qualche mese infine, tornavo da Marisa, per stare da lei però dovevo mangiare tanto, affinché lei si sentisse gratificata della durezza della vita, utile.

Una sera, concerto dei CCCP al cinema Espero (vicino a dove dormivo), incidenti causa alcuni che volevano entrare gratis (presumo), una vetrata infranta, Daniela Amenta che piangeva, io la avvicino non per consolarla e lei sbotta e dice la verità: non sono la ragazza che credi.

Questo è importante: il fatto che NON mi abbia convinto, per il prosieguo possibile a Venezia della storia, ancora più improbabile.

Volevo credere Amenta fosse Messineo, dovevo per avere un motivo per rimanere vivo, per camminare, immaginai l’avesse detto solo per farmi arrabbiare o parlare a voce più alta a dire tutto quello che avevo dentro.

Arrivai ad immaginare ci fosse qualcuno di loro al piano di sopra (dell’abitazione di Marisa), in ascolto, per conto della Daniela s’intende o lei stessa, comprai cinque o sei rose e mi presentai al piano superiore dicendo che le avevano mandate per la ragazza che lì stava, fallimento.

Forse la signora che aprì la porta pensava ad uno scherzo, perché pareva offesa.

Giunse il tempo in cui Marisa mi disse come fosse venuto il tempo di andarmene definitivamente (fine settembre 1986), tornassi a casa e basta.  

In casa di Marisa tornava un figlio buttato fuori dalla sua ragazza, aveva bisogno di un luogo ove stare, dove se non da sua madre, il fatto che ci fossi io la madre l’aveva sempre nascosto ai figli.

Lasciare Roma, Radio Proletaria, Daniela Amenta-Messineo?

Da mesi scrivevo lettere sull’orlo evidente di un esaurimento nervoso, la situazione che non si risolveva, la Amenta che mi dice non sono la ragazza che credi, altre lettere o tentativi di venire a capo dell’inghippo e poi ancora niente?

Nel settembre 1986, alla radio non c’era più la trasmissione “Italia suona”, telefonai, era definitivo, non dissi altro.

Non ricordo cosa avessi pensato di questo cambiamento, forse la loro risposta al fatto di non parlare, avevano messo perfino la segreteria telefonica una volta.

Nel 1985, a Firenze su sollecitazione di Marisa, pensando di essere seguito, ricordo che scesi dal treno in aperta campagna, treno in movimento, i sospetti erano decisivi.

Passai la notte all’aperto, tra rumori vari, alla mattina feci l’autostop, quando giunsi a Firenze rammento di un gruppo di giovani, la sera, una voce che diceva “deve mettere la testa a partito” più o meno, e delle risate, convinto fossero loro!

Amenta non era Messineo, per il resto tutto poteva essere per quanto improbabile.

Alla fine, gli ultimi giorni a Roma scrissi alla radio: me ne vado, mi iscrivo al Partito Radicale e tutta la questione non so come riassunta.

Una delle sere prima di andar via, sapevo che c’era una festa da qualche parte, mi recai sul posto, all’esterno, una ragazza mi vide e scoppiò a ridere, additandomi agli altri, perché dopotutto ero più ridicolo o più patetico?

Ancora oggi, non so cosa sperassero di ottenere da me, un contributo alle loro cause, degli scritti in tal senso?

Economia e lavoro, le lotte sociali, non sono mai state nelle mie corde.

Oggi, qualcosa che potrebbe riguardare anche loro ce l’avrei, ma viene dall’ambiente, quale conseguenza di elaborazioni sul tema.

In realtà, a me interessavano la Ragazza e la Musica, non le loro tematiche che oggi potrei anche soddisfare, in parte.

Su questa storia di Radio Proletaria e Daniela Amenta, non con più precisione, solo per maggior comprensione, alcune pagine nell’opera “Il Libro del Bene e del Male” che verrà pubblicato e-book, un giorno.

Poi, tutto è cambiato dal 1986, anche il nome della radio (oggi Radio Città Aperta).

Mia l’incapacità di parlare con qualcuno, un amico, un prete, un poliziotto, uno psichiatra, un ragazzo della radio?

Venezia, gli Altri. Tornare a Trieste? Da sbattere la testa contro il muro.

Neanche a pensarci, a Venezia c’era mia nonna, Venezia quindi.

Arrivato nella città antica, scrissi una lettera a mia nonna e la imbucai.

Con la nonna, i rapporti interrotti causa mia madre: si deprimeva se andavo da lei, beveva, quindi non ci ero più andato dopo il 1971, l’anno del suo addio a Tarvisio.

Non mi ero più fatto sentire per evitare l’imbarazzo familiare, arrivato a Venezia, non sapevo nemmeno se la nonna era ancora viva, se ci fosse un luogo ove stare.

Passai una settimana a Venezia dormendo all’aperto, vergognoso o timoroso nel presentarmi così, dopo tanto tempo.

In questa settimana, sospettando di essere stato seguito, scrissi una lettera, la medesima per tutti i soggetti, a WWF, Amici della Terra, Lega Ambiente e Partito Radicale (o Amnesty International), in cui promettevo di cedere loro i diritti di tutte le mie opere future.

Ora, promettere di cedere tutti i diritti, non avendo soldi, forse non una casa dove andare, le opere pure future, tutte da scrivere, è folle davvero.

Stranamente, Lega Ambiente mi rispose ringraziando (all’indirizzo di mia nonna, dove se no?)

Promessa che in parte io avrei mantenuto.

Non Amici della Terra, né Lega Ambiente (forse in futuro), però su Internet, al momento, ci sono 16 e-book pubblicati, di questi, 15 hanno i diritti ceduti (forse tutti e 16), alcuni ad associazioni ancora da fondare, ipotizzate nei libri.

Cedendo i diritti anche di tre cartacei (50 copie vendute per libro), soldi dei diritti non versati anche perché investiti (pagamento dello stesso) sul prossimo libro.

Non amo i soldi, non mi va di farli a palate.

Poi a farli sì, per porgerli ad altri più degni di me, associazioni varie.

A Roma, paranoico lo ero già? A Trieste lo ero?

Però, c’erano dei fatti concreti su cui sviluppare la propria immaginazione.

Roma, per qualche tempo, seguito forse lo ero davvero, per indurmi a parlare, lo fossi (seguito) anche a Venezia era oltre ogni logica o pudore.

Alla fine della settimana, telefonai a mia nonna, rispose una suora che la aiutava con delle visite tre volte alla settimana (aveva letto la mia lettera), spiegò che la nonna aveva proprio bisogno di aiuto, venissi pure.

Mia nonna ormai cieca, soffriva pure di arteriosclerosi o aterosclerosi (forse è lo stesso), non poteva far niente da sola, ci voleva una presenza in casa, soprattutto per il gas.

Di fronte a me, fece una pasta, chiudendolo sì il gas, però nello scolarla buttandola fuori per metà, cecità è cecità per chi non ci ha fatto l’abitudine.

Da quel momento, le dissi che avrei cucinato io che non amo proprio il fatto di cibarsi e meno ancora il fare da mangiare.

Non mi aveva seguito nessuno, di sopra una normale famiglia (Franco Mescola, grande Maestro di Tai Chi Chuan), già il secondo giorno però sospettai qualcosa: loro, al piano di sopra, a rompermi le scatole finché non avrei parlato, sbottato, urlato?

La mia fervida immaginazione prese a pensare questa Daniela si fosse incaponita sulla questione e intendesse farmi da segretaria, purché io arrivassi al dunque, risolvendo.

Una nonna troppo orgogliosa per ammettere di aver perso la memoria delle cose recenti è un problema (io ricordo le cose, sì quelle d’un tempo andato), difficile conviverci.

D’altronde, era del segno zodiacale del leone.

Non credo nell’astrologia, tuttavia segno abbastanza corrispondente, come il mio segno (Cancro) e quello di mia madre (Scorpione).

Mia nonna disse: la serva (il termine esatto) mi ha portato via tutti i cappotti e pellicce sostituendole con altro, chiamai i carabinieri sulla parola, senza prima verificare.

Arrivati loro, lei indossò di fronte a noi alcuni dei capi in questione dicendo che erano troppo lunghi, non erano suoi, invece le stavano giusti, io riconobbi una pelliccia per sua (ricordi dell’infanzia).

Dissi ad un carabiniere che sarei passato dopo per rimediare o rettificare perché era chiaro che “la serva” non c’entrava niente.

Gli asciugamani sostituiti con degli stracci?

Come la vidi fare io, asciugava o puliva i coltelli seghettati dalla parte della lama, questo comportava la trasformazione da asciugamano in straccio.

Poi, in seguito: vuoi mangiare? No adesso no, più tardi (le seccava alzarsi o stava troppo bene a letto).

Cinque minuti cinque dopo (spesso questo) la sentii parlare a voce alta tra sé e sé: maledetto! non mi dà da mangiare, mi fa fare la fame.

Spesso la pasta cucinata anche sedici-diciotto minuti, poiché mia nonna senza denti, eppure brontolava a volte perché la pasta era troppo dura.

La nonna aveva una dentiera, non ricordo come fosse il discorso, mi pare non volesse mettersela, chiuso.

Situazione difficile, nonna impossibile se arteriosclerotica, cieca e orgogliosa.

Trovarsi un lavoro in tali condizioni, ammesso l’avessi trovato, era un problema.

Poi, a considerare gli altri!

Nemmeno l’ho cercato il lavoro, supponendo “gli altri” fossero venuti sul posto di lavoro, se era un bar per esempio, per sfottere con sottintesi e battutine o rompere comunque, oppure andare al piano di sopra codesto posto di lavoro, a farmi saltare i nervi.

Al Congresso del 1986 ci andai una ventina di giorni dopo il mio arrivo a Venezia, con i soldi del mio libretto di risparmio (600.000 Lire) che avevo dalla nonna, scrissi in treno una lettera a Pannella su questi comunisti che mi assillavano perché passavo il tempo a scrivere poesie invece di parlare come tutti, lettera consegnata all’arrivo, alla segreteria del Congresso.

Ricordo che Pannella, nel suo intervento, se la prese con Mellini e le sue poesie (non ricordo le parole esatte, né il concetto), come se volesse dar ragione a loro, i comunisti, invitandomi a dire quel che volevo dire al microfono, cosa che non feci.

Avevo scritto anche: non vorrei mi seguissero e s’infiltrassero nel PR a causa mia, forse per queste le indegne cose su Mellini?

Brutto colpo il Pannella che pareva prendere le parti altrui, solo intendendo volgerle in favore del Partito Radicale.

Ho supposto intendesse alludere a me con queste parole a Mellini, non lo so poi, mai avendo accertato, non so niente di niente io, nulla avendo mai detto, parlato, indagato.

Lentamente o velocemente, mi convinsi che ai comunisti, grazie all’operato della “segretaria” Daniela si erano sostituiti i radicali, l’Associazione Radicale Veneziana che non esisteva nemmeno, quattro gatti a Venezia, lo seppi alla conclusione della storia.

Il fronte esterno, la situazione, è ben descritto nel racconto “La battaglia della Dotazione 14/ 8”, pubblicato come cartaceo anni fa, rivisto, con diverse correzioni, antologia che verrà rieditata come e-book. (nota del 2026, racconto cancellato, non esiste più)

Con la realtà, alcune differenze: il nome Daniela e non Jessica, Pannella e non il professore, il segretario del partito e non il capitano della squadra di football.

C’era un’altra diversità con il reale (nella mia mente reale), il finale del racconto da me scritto (una metafora).

Sì perché, giorno dopo giorno, l’assedio immaginario, io con le mie ritrosie, taciturno, a non esternare con nessuno (forse si sarebbe risolto tutto prima?), mi convinsi col tempo che l’altrui ambizione consistesse nel fatto che io diventassi il loro segretario.
Perché scrivevo poesie impegnate?

Questo il fronte esterno, quello interno era una vita impossibile con una nonna troppo orgogliosa, praticamente il remake della battaglia di Alesia di Giulio Cesare con i galli di Vercigentorige.

In effetti, fino al luglio 1988, non avevo scritto niente, a parte 200 poesie tra Roma e Trieste (lì, anche qualche racconto piuttosto pesante, pubblicato su “Il Mercatino”).

A Venezia, solo qualche racconto, per il loro numero bastano le dita di una mano, scritti con una vecchia macchina da scrivere che bucava pure i fogli con la punteggiatura.

Per scrivere, forse andavo già nei bar di tutta Venezia con i soldi della pensione della nonna, esaurito il mio libretto di risparmio, scrivendo su block-notes, riportando poi su foglio scritto a macchina.

Ben presto, dovetti usare il libretto di risparmio della nonna (al portatore, 24 milioni di Lire), non potendo ovviamente trovarmi un lavoro, non con un fronte interno ed uno esterno (così me li immaginavo), mi comprai un elaboratore Olivetti ETV 240, per uno scrivere decente.

Bella la macchina, perfettamente inutile per uno scrittore, non avevo ancora capito come funzionano i computer, la ETV 240 era una macchina da ufficio, per scrivere lettere e documenti di un certo valore, nulla di più, files da 29 kilobyte, non di più.

Guardavo molti film alla TV invece di scrivere, ascoltavo anche Radio Radicale con molte interferenze che supponevo prodotte dal piano di sopra.

Nel giugno o luglio 1988, vidi alla televisione il film “Maciste all’Inferno”, solita scenografia mitica su tale località, mi venne in mente un inferno alternativo e presi a scrivere una sceneggiatura, comprando CD su CD per colonna sonora.

Il film era ispirato a “THX 1138” di George Lucas, aggiungendo qualcosa di arredamento, non costoso, però laborioso nella concezione a cui aggiungevo spunti su spunti, giorno dopo giorno, notte dopo notte.

Troppi CD per trovare la colonna sonora, troppe scritture nei bar di Venezia: vergognoso, per giustificare lo stare tanto sul posto, dovevo anche mangiare almeno un panino, senza limitarmi ad un caffè o cappuccino, Venezia poi i suoi costi particolari.

Rumori ai piani di sopra o le canzoni alla radio del locale, presi ad entrare nei bar i cui piani sovrastanti avessero le finestre con gli scuri chiusi, a significare che non c’era nessuno! e li avrei fregati.

Poi, forse qualcuno rientrava, a poter ospitare i miei amici/nemici, fosse pure per una chiaccherata con gli inquilini?

Perché a volte i rumori li sentivo lo stesso o arrivavo ad immaginarmeli nella suggestione del momento?

Eccitazione, esaltazione, il fermento nell’arrivare a casa per mettere tutto su computer e depressione e tormento nel trovarmi nella solita situazione.

Il libretto di risparmio della nonna la cui somma scendeva la scala dei numeri.

Dopo qualche mese, dicembre?, dovetti abbandonare il Progetto Inferno, limitandomi a prendere appunti o preparare schema di trama e scene, descrizioni, colonna sonora, glossario dei termini inventati, lista dei personaggi, in parte  presi dalla storia umana e parte di fantasia.

Mi fermai perché il lavoro era cresciuto, improponibile come sceneggiatura, meglio scriverci un romanzo e poi, eventualmente, il film, anche perché, per dare credibilità alla storia, volevo descriverla e motivarla su solide basi scientifiche che non avevo.

Non le conoscenze a cui attingere per le buone decenti argomentazioni.

Argomentazioni che si possono aggirare con espedienti narrativi o anche evitare proprio, ero pignolo e volevo tutto perfetto, ragione per cui rinviai tutto al romanzo.

L’Inferno aveva una trama ed un finale attinente a proprie argomentazioni politiche, personali ma affini al PR, il protagonista uccideva una persona importante, per accorgersi poi di essere stato usato.

Nell’ipotizzare il protagonista, avevo in mente me stesso con i miei “amici”..

Ben presto mi limitai a prendere appunti e guardare la TV o la radio, prendendo invece a scrivere lettere incasinate al Partito Radicale per questo assedio.

La battaglia della Dotazione 14/ 8, feconda per la fantasia dell’autore, per quanto sofferente, mai stato così bene e così male al contempo: sotto assedio, mi sentivo vivo nel vivo dell’azione, in lotta senza pause o pietà di tregua, io già esaurito a Roma, a Venezia non saprei dire, stavo andando oltre ogni stato d’animo?

Nel tempo, lettere al PR sempre più in grassetto e più sottolineate, a porre il dire in risalto, interi periodi.

Non avevo scritto niente d’interessante (a parte 200 poesie da tagliare o riscrivere in parte, molte forse da buttare, tutto perduto), non avevo nemmeno delle idee mie, originali, non tali che potessero giustificare le altrui pretese o motivare tanto agire, radicali! perché questo assedio mi chiedevo e scrivevo nelle lettere.

Fu così che, stimolato, come fossi sollecitato dentro, pressato addirittura, scardinato praticamente, le idee mi vennero per razionalizzare le altrui richieste, parimenti mi vennero in mente i soggetti/le storie per argomentare al meglio la mia resistenza nel voler essere solo uno scrittore, dedito alla propria opera.

Tutto venne su così, per giustificare, in me, le altrui aspettative e l’agire, come pure a sostenere il mio recalcitrante nel rimanere solo artista.

Quel che scrivo ora lo devo a quell’allora, divelte le porte dell’immaginazione: nello sforzo immane, teso a capire e sottrarmi al contempo.

Poi, più che altro era un non sapere a chi e come arrendersi, con quali parole?

Dato il come era nata la questione e la sua improbabilità, non a voler fare un piano di scale, non a fare quel passo verso gli altri.

Nel febbraio 1989 venni a sapere del Premio Solinas per sceneggiature cinema, presi a pensare ad una trama (improponibile l’Inferno), in testa solo la prima scena: l’omicidio di un produttore cinematografico e poi?

Avevo in mente “Viale del tramonto” di Billy Wilder, da qui lo spunto parziale.

Tergiversavo, invece di scrivere, guardando penosamente la TV, perché non avevo idee sulla trama a seguire l’omicidio.

Il 5/6 marzo si guastò la TV, senza più diversivi, ero costretto a scrivere, a pensare a cosa e come, sospettando pure il guasto venisse da sopra perché facessi almeno quanto mi ero promesso di fare, non volendo sottostare alle loro esigenze.

Dovevo salire le scale, bussare e… chi c’era sopra?

Arroccato di sotto, mi venne in mente Wagner, comprai la tetralogia del Nibelungo con i soliti fondi della nonna, su quello scrissi la sceneggiatura (film ambientato a Hollywood, la trama i preparativi per un film con l’omicidio di mezzo, però Wagner la colonna sonora), lavoro completato in 25 giornate, all’ultimo giorno utile, costruendo la trama praticamente da zero (esclusa la prima scena).

Un intoppo, non combinava la trama?

Mi sdraiavo sul divano, la musica, cinque o dieci minuti e tutto veniva risolto.

Non sapevo come si scrive una sceneggiatura, la trama era bella, interessante, da riprendere e farne un soggetto cinematografico, però scartata subito al Solinas visto com’era impostata, non si scrive così il cinema.

Nel frattempo, altre idee e spunti per altre opere.

Nel giugno 1989, dopo il Congresso Radicale di Budapest di aprile, l’idea di un poema centrato su Bettino Craxi con l’aggiunta maggioritaria di tematiche ambientali e altro.

In verità, dovrebbe essere in questo periodo che presi a credere mi volessero segretario del PR, perché almeno le idee ora le avevo (in seguito ad autocostrizione per giustificarli).

Presi a scrivere ulteriormente nei bar di tutta Venezia ogni giorno, vagando la notte per le calli, non mi ricordo come facessi a fare anche da mangiare per mia nonna.

Le lettere che scrivevo al PR sempre più incazzate, grassettate e sottolineate (cestinate ovviamente).

Il poema a scriverlo sull’ETV 240, 29 kb e poi un altro file, comprai un computer a rate, con il libretto di risparmio della nonna quale garanzia.

Altre idee, altri spunti, i bar di Venezia, finiti i soldi, rimanevano quelli della pensione della nonna.

Computer che non ero capace di usare, nessuno ad insegnarmelo.

Nell’estate a finire del 1990, da un anno veniva a casa mia una assistente domiciliare, non sempre la stessa, un giorno venne Virginia Donati, carina, io a confidarmi con lei.

Andata via, la sensazione si trattasse di Daniela (non io a salire, lei invece a scendere).

L’ho detto, non sono fisionomista, la questione è che io volevo credere fosse lei.

Un venirmi incontro dunque, lei a scendere! avrei dovuto essere contento, felice per la mano tesa.

Al contrario, io me la presi per non averlo capito subito, la rabbia accumulata la riversai contro di lei, a protestare presso la cooperativa, sbagliando.

Era proprio Virginia, di Faenza. Messineo, Amenta, Virginia, io a non ricordare più i tratti originali, la statura sì c’era, per il resto era diversa (per come la ricordo ora), paranoia forte.

Venne la fine del novembre 1990, ormai in bolletta (anche con la pensione della nonna), sempre sotto assedio, il fronte interno sempre più sotto arteriosclerosi, nervi ai limiti, comunque taciturno, volendo portare allo scoperto la situazione esterna, quella del piano di sopra e tutti i bar di Venezia, feci una cosa logica (intelligente, fosse stato tutto vero): strappare i piombini dell’ENEL di tre condomini, compreso il Mescola di sopra, metterli nella sua cassetta, con una lettera di autoaccusa che però specificava situazione e motivazioni, invitando obbligatoriamente costoro a consegnare il tutto ai carabinieri.

Questo è il finale di quel periodo, nel racconto “La battaglia della Dotazione 14/ 8” era un colpo di pistola alla testa, una metafora, era un suicidio anche il vero gesto compiuto: falso o vero che fosse il tutto, un suicidio, teso a risolvere, la via d’uscita dall’impasse, io a commettere il reato, però a portare loro alla luce.

Nel dicembre 1990, la visita della polizia e ricovero in Reparto Psichiatria dell’Ospedale SS Giovanni e Paolo, delirio paranoide la diagnosi.

Io lo dissi il mio problema: non dico mai quello che penso, penso tutto quello che scrivo.

Nello scorrere degli anni, nemmeno sono mutato, sempre quello.

Appunto, commentò lo psichiatra: non dico mai quello che penso.

Venni dimesso dopo due o tre settimane, per la nonna ci pensò la suora che, nel frattempo, negli anni, era sempre venuta a trovarla, ora venendo più spesso.

Solo con me stesso. L’assistente domiciliare sempre, per mia nonna, avrei dovuto chiederla io prima, non a pensarci, non l’idea giusta! pagando il servizio in posta, il contributo mensile, con i soldi della pensione della nonna.

Dicembre 1990, dimesso sì, ancora paranoico o convinto di quella realtà, appena appena iniziando a dubitarne.

Difficile uscirne subito di colpo, tutto azzerato, non c’era nessuna Daniela, nessuna Associazione Radicale Veneziana, ero solo! assolutamente solo con me stesso, possibile che mi sia sbagliato, tutta immaginazione?

Dieci anni gettati via, innamorato di una ragazza che, nel frattempo, si era laureata, sposata e insegnava a Udine, come mi disse il padre dopo una telefonata a Trieste.

Non avevo perso solo quattro anni a Venezia dietro a nessuno, ma anche i quattro di Roma, perché Amenta era Amenta e non altre, avrei fatto meglio ad afferrare le occasioni che mi si offrivano nella capitale?

Ancora adesso sento che mi mancano dieci anni dieci! della mia vita.

Qualcuno si domanderà se la mia vita sia stata atrocemente folle, ossessiva, dolorosa, io l’ipersensibile a sopportare tutto questo?

Atroce per la persona, però la fortuna dell’autore: divelte le porte dell’immaginazione.

L’assedio, la battaglia (solo perché io tacevo, autocontrollato), tutto molto formativo, il vero autentico servizio militare della mia vita.

Tutto questo perché, a Roma, Daniela Amenta NON riuscì a convincermi che non era Messineo.

Così, a vivere in tale modo questa storia, importanti le porte dell’immaginazione divelte: perché mi viene spontaneo ora, facile vedere le cose in modo del tutto diverso dagli altri.

Tornato allora a casa, incredulo, aspettavo ogni rumore di sopra con un atto di speranza, l’altrui cenno a dire: noi ci siamo ancora.

Dovevo fare le scale in precedenza, bussare e trovare i miei amici in attesa del mio passo fatidico?

Lo feci dopo e l’esito fu sconfortante: la fortuna dell’autore, fertile, fantasioso, audace nei suoi soggetti, fallimentare per la persona persa nella sua solitudine.

Contattai i radicali di Venezia, quelli veri, i quattro gatti già detti, deludente.

Passarono tre o quattro mesi prima di prendere a realizzare che forse non c’era davvero nessuno, anche dopo, a volte, non ci volevo credere.

A pensare a qualcosa di concreto, di positivo, invece di sognare l’improbabile?

Tentai di fare qualcosa per lo stesso fare, per non pensarci.

Aiuto e sostegno ad una comunità di portatori di handicap gestita da Antonella Bagagiolo, passando anche alcune notti sul posto (lasciando la nonna da sola), loro partirono per le vacanze in montagna ed io non mi feci più vivo, non era quello che cercavo: ero io quello bisognoso di aiuto, il mio dramma personale almeno, a non poterne parlare, incapace.

Io ad avere un handicap strano non tanto: non un motivo per vivere.

Ero nel vivo della battaglia, un amore impossibile… tutte fantasie! ero solo.

Un corso di sceneggiatura serale presso l’università di Cà Foscari, un edificio vicino.

Corsi di studio sul buddismo spiegati in un salone vicino a Piazzale Roma da una ragazza, sarebbe stato interessante, rimpiango non averlo più seguito in seguito, bramavo disperatamente i miei dieci anni di vita.

Nell’inverno del 1991 e tutto il 1992 comprai più volte medicine per dormire, a mesi di distanza (per non insospettire), ammucchiandole, sperando di poterle prendere tutte assieme e non svegliarmi più.

Il problema di chi ci prova: viene salvato perché i farmaci non forti o non abbastanza e si risveglia ancora alla vita? come? con quale stato d’animo?

Poi il suicidio sì, e la nonna? E il pappagallo, preso nel 1987 in via Garibaldi, come se io a morire e lui dopo, quale fine?

Mi rinchiusi in casa il più possibile, posto fisso sul divano, ascoltavo alcune radio con i loro programmi per compagnia, l’attenzione a che non fossero spensierati e divertenti, li detesto profondamente.

La nonna! come a fare da sola? ucciderla per pietà con un cuscino, e se non fossi morto?

Suora o assistente domiciliare, io non a comprare da mangiare per la nonna, sempre sul divano, volevo morire! non si capiva o ero troppo bravo a fingere altro, a non dirlo?

Sceneggiature, buddismo e qualcos’altro che non ricordo, avevo lasciato perdere tutto, desiderando la fine.

Depressione che durò tre anni in tali condizioni.

Quando ne uscii non so esattamente, un giorno a mia nonna mancò improvvisamente il respiro (lei disse, le sue ultime parole), le si era fermato il cuore, chiamai il 113, in quel mentre entrò un’amica della suora.

Constatò la morte, pregò gli infermieri affinché portassero via la nonna e non la lasciassero (da morta) ancora nel suo letto, in estate, col caldo (era luglio del 1993).

Ero solo sul serio ora, nemmeno la motivazione della nonna a giustificare la vita.

Però la depressione era finita, ripresi a scrivere (appunti) esattamente il giorno dopo la sua morte, come uno shock all’incontrario, liberatorio.

Non più la pensione della nonna, con questa avevo messo qualcosa da parte, un tanto al mese, qualcosa per tirare avanti in futuro (nonostante desiderassi farla finita).

Gli appunti che prendevo ora erano sui lavori lasciati perdere nel 1990, soggetti, me ne vennero in mente altri nei mesi seguenti.

Gli egiziani. Nell’aprile 1994 diedi una stanza in affitto ad un primo fratello Gaber, poi al secondo, 270.000 lire il totale della stanza, 130.000 se la stanza era vuota perché tornavano in Egitto, le loro cose dentro la camera.

I soldi mi servivano, nel tempo, l’affitto, a rivelarsi una fregatura.

Gli stupidi hanno torto anche se hanno ragione.

Il Lavapiatti. Continuavo a prendere appunti su appunti, sempre più frenetico, fervido, fecondo.

Un giorno lo psichiatra Sergio Steffenoni mi ha trovato lavoro presso l’Osteria da Andrea - Bentigodi di Andrea Varisco ed Elena Dainese.

Assunto, andavo bene, anche se troppo riflessivo.

Poi, accadde che un/a cameriere/a mi aiutasse, verso le dieci di sera, ad asciugare i piatti accumulati sopra la lavastoviglie.

Verso la fine della serata, di nuovo i piatti, pure le posate.

Questa che mi aiutassero, Andrea l’aveva detto che i piatti dovevano asciugarsi da soli grazie al brillantante, però poi mi mandava l’aiuto.

Così pure, la gestione subentrante nel 1999, a me l’aiuto.

All’Ostaria da Rioba, anni dopo, ho finalmente imparato a lasciare la lavastoviglie aperta per trenta secondi: i piatti erano asciutti, le posate macchiate bisognava ripassarle con un torcione umido.

Andrea lo sapeva o non lo sapeva, allora perché mi faceva aiutare?

Andavo d’accordo con tutti, tranne una persona nel sesto anno (sei gli anni al Bentigodi).

Col lavoro tutto bene, a volte in mente degli appunti che registravo mentalmente come numero progressivo, a dovermene ricordare poi quanti per annotarli su block-notes.

Seconda paranoia. Un giorno (1996-1997), in mente l’idea della GFG…

Poche idee, nessun libro pubblicato, una miseria di sostanza per poterla fare.

Però, in una lettera a Donatella (cameriera, sempre le lettere) scrissi: mi servono tre persone esperte di computer e inglese, per fare chissà che cosa ho raccontato allora?

Certamente, dando l’idea di qualcosa di grande, fatto con pochi soldi.

Suppongo, dando l’impressione di essere una persona totalmente diversa dall’apparire.

Vero, però bisogna dimostrarlo, altrimenti?

Importante, in questa lettera a Donatella, spiegazione non necessaria, accennai ai fatti “dell’assedio 1986-1990”, queste righe furono la causa che permise quanto accadde nei mesi successivi.

Non avessi scritto di quegli anni, probabilmente non sarebbe successo niente.

Tutto concluso con una bolla di sapone, non essendo la GFG gran cosa allora.

La voglia o il bisogno di parlare con qualcuno della propria vita sgangherata?

Non avendone parlato con nessuno, di questo o di altro della mia vita, mai.

Però a fare/comunicare tutto per lettera con questa Donatella, il mio vizio innato, senza mai utilizzare la voce.

Volevo fare la GFG, l’idea di fondo, però non da solo, almeno degli esperti di computer e inglese (il senso del come farlo lo si può desumere dal libro “Poeti da combattimento”), argomenti allora solo alcuni! non tutti come possibile per me oggi.

Forse, Andrea aveva trovato anche qualche persona utile allo scopo, desumendolo da una sera in cui entrarono tre ragazzi la sera tardi, io intento a finire, desunto da un commento un po’ irato di Andrea, perché io attardato sulle posate.

Forse quei ragazzi erano lì apposta per me, in attesa che io finissi, invano?

Per fortuna, perché la GFG non era una cosa concreta, mancava di molte cose, era solo un abbozzo ancora.

Una bella idea, nient’altro! poeti in corsa, in partita.

Poi, altri fatti o solo delle coincidenze, non lo saprò mai, non importa.

Quella che conta, non poteva essere una coincidenza, eppure lo era: in ferie, luglio 1997, stavo registrando in VHS “L’ultima valle” con Omar Sharif e Michael Caine. Verso il finale del film, in coincidenza con un dialogo o un fatto preciso, una interferenza fortissima mai più sentita in vita mia, mio pensiero già sospettoso di suo “Qui, è qualcuno che lo fa apposta! per rompermi le scatole”. Come fosse automatico, dopo l’esperienza 1986-1990. Tuttavia, subito dopo questo mio pensiero, come se mi avessero letto nella mente, (importante, mai una parola a voce alta dal piano di sopra, mai fino ad ora) a mezzanotte circa, le parole “Ancora, basta!” o qualcosa del genere.

Voce maschile, giovane, non abitavano ragazzi di sopra, un intruso, a me collegato?

Beh, saranno state pure coincidenze, questa però la darei per improbabile ancora oggi.

L’interferenza mai sentita, il dialogo del film, il mio pensiero a reagire, il commento di sopra, una cosa dietro l’altra, coincidenze sì, ma Vaffanculo!

Improponibile come tale, da qui è partita la seconda paranoia, già latente dal’96 poiché io a congetturare idee grandiose senza parlarne, da megalomane proprio, poi le lettere a Donatella e non le parole?

Parlando si chiarisce, scrivendo lettere si suppone e si ingarbuglia.

L’interferenza il fattore scatenante, tutto pareva assolutamente realistico.

Da socievole che ero, assunsi un comportamento altalenante, amichevole, teso, conciliante, segretamente irascibile, cercando lo scontro fisico con qualcuno per strada, a caso, giusto per sfogarmi.

Non sapendo spiegare il fatto e non come uscire dall’inghippo: supponevo qualcuno facesse quello che avrebbe dovuto fare, a suo tempo, la fantomatica Daniela, al fine del farmi parlare.

Questo, causa l’accenno, sulla prima paranoia, come funzionava, per lettera a Donatella.

Nella mia mente, ci fosse o no qualcuno al piano di sopra, Donatella, Varisco e tutti gli altri, lavoravano con me ogni giorno, a contatto, possibile non si sappia cosa fare o dire per sortire dalla trappola per topi?

Presenti e tangibili sì, poi l’équipe celata, io che non parlo mai?

Presi a scrivere altre lettere a Donatella e Varisco Andrea, non tante, alcune, giusto per esternare in qualche modo.

Ben presto, immagino, apparve chiaro che questa GFG non fosse cosa seria, non con me non all’altezza, fosse pure stata possibile, meglio lasciar perdere tutto, io piuttosto da riassestare alla meglio?

Interiormente irascibile, lo scrivevo a loro sì come mi comportavo per strada, cercando lo scontro fisico con gli sconosciuti, senza darci proprio dentro…

Chiamata di Steffenoni psichiatra, da parte di Varisco: calma! se no…

Varisco: rischi di perdere il posto di lavoro se ti metti nei guai.

Per calmarmi mi calmai un po’, però sempre sulle mie, paranoico cotto, incapace di comunicare.

Presi a dubitare di quanto avevo immaginato, di nuovo?

C’era sempre quella impossibile coincidenza di mezzo, però presi a dubitare.

Per avviare la GFG, avevo preso a comprare libri, CD e DVD o VHS di ogni cosa che potevo comprare con una paga da lavapiatti, di ogni argomento, come base di documentazione su cui dopo poter scrivere e l’agire infine.

Oggi che c’è Internet, a tutte le evidenze, allora non proprio: materiale superfluo?

Spese pazze per la paga di un lavapiatti.

Tuttavia, qualcosa che non si trova su Internet o non a saperlo cercare con le parole giuste c’è sempre, io gli originali a casa mia, almeno di quello che mi interessa, mancandomi molto materiale ancora.

Però, i debiti da pagare, la mania di grandezza, sia pure con cose minime davvero.

Le idee, allora, di nuovo non proprio come ora, qualcosa sì, grezze.

Vendetti il computer a Varisco, comprato per la GFG senza saperlo ancora usare, debiti coperti nei mesi successivi di stenti e la qualifica ufficiale di inaffidabile.

Inverno 1997-1998, convinto ormai che fosse tutta follia, ancora la depressione: stavolta non su di un divano, immobile, in osteria! dove i piatti da lavare pesavano una tonnellata ciascuno.

Difficile lavorare così conciato, in rare occasioni dovetti lasciare il lavoro perché non ce la facevo a stare in piedi: pace con tutti, depresso.

Tutto quello che avevo pensato non valeva niente (la riflessione), soprattutto ero solo, al piano di sopra non c’era nessuno, però non c’era una Daniela di mezzo stavolta, non l’amore a pesare e disastrare.

E il periodo di paranoia più breve, non i dieci anni della prima volta.

Tramite Umberto Sartori, arrivai a leggere poesie in pubblico in una osteria di Ruga Rialto, suo commento alla fine: sei la dimostrazione vivente di un autore che non deve leggere quello che scrive.

Infatti, al momento fatidico, l’imbarazzo, per togliermi di lì al più presto, inconsciamente, leggevo il più veloce possibile, un disastro.

Lo pseudonimo, fino al 1998, l’ossessione di pubblicare con tale espediente tutto quello che scrivevo (eccezione i sonetti per Daniela su Il Mercatino di Trieste), non più d’invenzione o di personaggi di film o fumetti, le firme non come facevo con Radio Proletaria o con Metrò a Roma?

Umberto Sartori: il tuo dopotutto è un bel nome, perché nasconderti?

Era una necessità, non amando i primi piani.

Tuttavia, allora decisi: niente più pseudonimi.

Al massimo un alter ego nei miei libri, quando parlo di me stesso: Davide, l’altro nome con cui avrebbe voluto chiamarmi mia madre.

Se leggete Davide, sono io!

Tra il turno del pranzo e quello della cena, l’estate del 1998 passata sulle panchine a dormire, non avendo la forza di fare altro, in autunno passato ai giardini di Ca’ Savorgnan, alle Guglie, luogo più riparato da sguardi indiscreti per un dormiglione depresso e indecente.

Nell’autunno 1998, auspice Ca’ Savorgnan, non più a dormire, a riflettere su possibili nuove storie, me ne vennero in mente una trentina che annotai non proprio succintamente su di un grosso quaderno, il soggetto, lo schema, i fatti.

Di questa trentina, una decina quelli buoni poi utilizzati.

Ero uscito dalla depressione, lo spirito creativo stava riprendendosi.

Il portatile Olivetti. Lavoravo sempre in osteria Bentigodi.

Camerieri e cuochi passano, passa anche il titolare: ai primi di luglio nuova gestione per due anni.

Varisco trasferitosi a Rialto, una nuova osteria all’Erbaria, il Bancogiro.

Nella primavera del 1999, prima che Varisco Andrea se ne andasse, Piero Perogio, cameriere, mi vendette a poco prezzo un computer portatile Olivetti.

Fondamentale per un ignorante come me, insegnandomi ad usarlo, altrimenti… da solo…

Gli ho dedicato il libro che ho iniziato a scrivere l’anno successivo.

Ho lavorato bene con la gestione Enrico Fantasia e Mauro Boscolo, sempre in affanno, ancora qualcuno ad asciugarmi piatti e posate (abbastanza) alla fine.

Il mio rapporto di lavoro con l’osteria Bentigodi si concluse il 30 giugno 2001.

La gestione Fantasia-Boscolo era terminata, niente rinnovo, Andrea Varisco e Dainese volevano di nuovo l’osteria in gestione, Varisco rimanendo a Rialto.

Me ne andai causa un litigio con Loredana Carrescia, cameriera.

Chi lavorava la sera, facendosi il culo, guadagnando anche 100.000 Lire di mance, chi lavorava mattina e pranzo facendo 1.000 – 2.000 Lire, la maggior parte delle volte con tutta tranquillità.

Chi lavorava la sera non era d’accordo nel fare la somma di tutte le sere e mattine e dividere la settimana in parti eguali tra tutti i dipendenti.

Centomila la sera, mille-duemila il pranzo.

Si voleva discutere la questione.

Niente affatto, nessuna discussione, le cose restano come sono! (la questione ben riassunta quale nota dell’autore, in altro libro)

Loredana, le ho tolto la residenza che le avevo dato in casa mia (falsa, nessun controllo, nessun vigile, conoscenze sue in comune).

Loredana Carrescia in casa mia non ci ha mai messo piede.

Tolta la residenza, glielo comunicai (obbligato, a casa mia notato un nuovo Gaber residente).

Risposta sua: si dà il caso sia io la direttrice ora!

Col ritorno della vecchia gestione, Elena Dainese, Loredana avrebbe assunto un ruolo di spicco: a sovraintendere il locale credo.

Beh, la residenza era già stata tolta e nessuna intenzione di ridargliela, d’altronde non sarebbe stato credibile.

Prendere i soldi dalle sue mani, aspettandosi la vendetta, almeno una data attenzione? (sidàilcasosiaioladirettriceora)

Disoccupato, autore. Disoccupato dal 1 luglio 2001 (tutti i camerieri non hanno proseguito il rapporto di lavoro con la nuova gestione), con la promessa di Eloisa di assumermi nel nuovo locale che stava per aprire, fino al 19 novembre libero da impegni, ebbi tempo e modo di riprendere in mano i miei scritti più interessanti e metterli sul computer, finalmente.

Questo, grazie al dissidio con Carrescia di San Severo (Foggia).

Col computer ci lavoravo già dall’estate 1999, ma solo canzoni, singole poesie, qualche racconto, disoccupato ora, quel che veramente contava per me: il terzo e quarto poema più l’idea per il quinto, più altre cose.

In modo ordinato, le cose più interessanti, importanti anche.

Disoccupato? Televisione guasta?

La mia fortuna d’autore, anche se il tipo non aveva più soldi in tasca, esaurita la liquidazione Boscolo-Fantasia.

Ostaria da Rioba. Venne il periodo “da Rioba”, il 20 novembre 2001 l’inaugurazione.

Il secondo poema, nella pausa tra pranzo e cena, in osteria, d’inverno, le mani sugli appunti 1986-1990, a scrivere i testi, riportandoli sul computer una volta arrivato a casa.

Sempre lavapiatti, col tempo a dover fare anche gli antipasti, la promozione da parte di Eloisa al sesto livello.

Però che iattura sti antipasti, poi sempre più difficili da fare, una rottura di palle.

Ero lavapiatti di sesto livello, dovevo dimostrarlo.

Chi lavora al mio posto ora, me lo chiede: come facevi a lavare piatti, pentole e posate e fare anche gli antipasti, quando io, da solo, non riesco a fare in tempo o l’uno o l’altro?

Perché prima eravamo in tre in cucina, ora sono in quattro, uno solo agli antipasti.

Me lo domando anch’io, però confesso che spesso me la davano i cuochi una mano con gli antipasti.

Col tempo, il lavoro sempre più pesante, io a pensare stasera mi licenzio, per ripensarci a mezzanotte, finita e archiviata la serata, i soldi dove a prenderli?

Non vendo niente, nessuno compra i miei libri.

Però, a volte mi sono licenziato davvero: due volte o tre, poi riassunto chissà perché, la seconda volta con contratto a chiamata, lavorando quasi ogni sera, però solo sugli antipasti ora (lavoro meno pesante, io sfiancato).

Contratto a chiamata poi trasformato a indeterminato.

Il Partito Radicale. Nello stesso periodo del “da Rioba” (febbraio 2002) ebbe inizio una storia col Partito Radicale, storia reale, ma non so quanto e quali i particolari veri.

Storia molto elaborata, complessa davvero, tuttora in corso.

Nei primi mesi del 2002, sconfortato da commenti del titolare Roberto Visentin (ora morto) e mia inadeguatezza sul lavoro, scrissi una lettera ad una persona di spicco del partito, poi altre a lei e pure alla figura più celebre del PR.

Ebbe inizio l’ennesima mia fantasia o un rapporto che non esito a dire perverso.

Strane frasi, allusioni per radio, poi alcuni fatti (non rilevanti).

Dal Congresso di Tirana sino ad alcuni dei primi congressi di Radicali Italiani.

Poi basta! mi sono detto, ecco la depressione.

La convinzione: la mia poesia, quel che scrivevo, non valesse niente.

Depressione di fondo per tutto l’anno.

Poi, per due settimane, due volte all’anno, una forma fortissima di questa malattia (una forma grave di depressione, anche se a tempo), per cui non so come abbia fatto a lavorare (come ce l’ho fatta nel 1997/98, la risposta? sette/otto mesi allora, non settimane)

Ho perfino scritto un libro sulla depressione, esperienza personale.

Cleo. Su suggerimento di Eloisa, ho preso Cleo, una cucciola nera, padre labrador.

Zoe, la madre stava nel negozio di fronte all’osteria.

Cleo, nata il 26 luglio del 2007, sta con me dall’ottobre di quell’anno, mi ha cambiato la vita: niente più depressioni gravi di una volta, solo quelle di giornata, l’ispirazione per un libro sui cani che ha cambiato il mio modo di scrivere, soprattutto mia compagna per la vita.

Ho scritto che c’era qualcosa tra me e il Partito Radicale?

La squadra. Credo fu nei primi mesi del 2007, inverno, che presi a pensare (ancora) ci fosse qualcuno di sopra (di estraneo all’appartamento), nel tempo, il passare dei mesi, stavolta le coincidenze erano troppe e troppo serie.

Io avevo nuovamente scritto ad una esponente del PR (Bernardini nel 2002) gli pseudoeventi del 1986-1990, i particolari più rilevanti.

Costei a metterne a parte Lui? (Marco Pannella, visto che scrivevo pure a costui)

Considerato che ai Congressi ci partecipavo senza parlare proprio, la decisione di mettere in scena al piano di sopra quella che una volta era solo la mia immaginazione?

Che lo pensassi, era già successo nel luglio 1997, ma questa volta era diverso.

Una squadra di elementi radicali al piano di sopra, è una mania questa!

Eppure, sarebbe vero! le prove? nel mio cuore.

Quale la verità, ho provato a verificare come stiano le cose, sempre con sommo ritardo, devo parlare, alzare la voce, sempre di più, sempre di più, perché?

Lo stato di grazia. Se la vita della persona è una tortura, questa situazione ha reso lo stato di grazia dell’autore, intima condizione con cui ho scritto alcuni libri negli ultimi anni.

Quel che ho scritto… l’ho scritto stante questa situazione, sotto pressione, come a cercare una via d’uscita?

L’ispirazione, già divelte le porte dell’immaginazione nel 1986-1990.

Fisicamente però situazione molto pesante, allo stremo delle forze in cucina.

Provato a vendere appartamento ad inquilini egiziani, loro in coabitazione.

Vendita bloccata da uno psichiatra perché a prezzo troppo inferiore alla stima ufficiale dell’appartamento (a ragione, lo psichiatra).

Io non sopportavo la coabitazione con costoro e non potevo più lavorare, avendo bisogno di un lungo periodo di riposo.

Depressione di nuovo, ma diversa negli effetti: ero straordinariamente ispirato e scrivevo come un fiume in piena, quanto faceva male era la schiena e le gambe, non stavo in piedi, dovevo andare spesso in bagno, a sedermi per cinque minuti sulla tazza, per riprendermi.

Nel mese di Febbraio 2013 però stavo benissimo, a parte le ferie, la vendita dell’appartamento a realizzarsi, io via da Venezia, stavo meglio, i dolori e la stanchezza fisica causati dalla depressione e dal vicolo cieco in cui mi trovavo, apparentemente risolti.

Depressione, nonostante il cane Cleo mi avesse rimesso in sesto gli ultimi anni.

Fantasie Gaber. Quando lo psichiatra Brunello ha bloccato la vendita della casa, due mesi dopo, il Gaber (l’inquilino egiziano figlio) poi dai carabinieri perché io avrei insultato e minacciato moglie e figlia, inesistente nei fatti.

Su quanto accaduto con i Gaber, descritto in buona misura in un libro nuovo (Gabermoneygame), convivenza piuttosto travagliata.

Da dopo il 19/3/2013, come fossi recluso (a casa mia) in camera col mio cane, con uno che dovrebbe passare lui dallo psichiatra invece di dire “Sono avvocato, ho studiato!”

Poi, qualcuno di sopra a soffiare sul fuoco?

Non lo so, però a volte ci andavano veramente sul pesante.

Pensionato. Non lavoravo più dal 28/2/2013, la vendita della casa bloccata pochi giorni prima della cessazione del rapporto di lavoro, non più riassunto, i soldi della liquidazione a finire ben presto.

La titolare ad imprestarmi 25 euro ogni settimana, per un anno e tre mesi, fintantoché ricevetti la pensione anticipata e l’invalidità civile 80% (seicento euro al mese), cosa che non mi spetterebbe probabilmente, dipende: chi sono ? loro ci sono? e cosa vogliono?

Nel marzo 2013, il mio blog è scomparso dalla rete perché non avevo pagato la somma stabilita per tenere un sito su internet, non ho ricevuto nessun avviso della scadenza, nessun avvertimento del rischio.

Nominato amministratore di sostegno per me nel marzo 2014, in merito alla questione della casa, amm di sostegno peraltro da me richiesto prima che ai Gaber concedessero il mutuo (vendita bloccata).

Richiesta di amm di sostegno non per la cifra non consona della casa in vendita, ma per il protrarsi della richiesta altrui di un mutuo, d’altra parte l’esosa eventuale buonuscita richiesta.

Non volendo più coabitare con i Gaber e non quelli di sopra, io proprietario di casa, verso il 10/4/2014, ho chiesto ricovero in reparto psichiatrico, nuovamente allo stremo delle forze proprio (a volte, mi reggevo in piedi a fatica).

Dal Reparto Psichiatria dell’Ospedale di Venezia SS Giovanni e Paolo sono passato a Borgoloco, poi agli appartamenti Celestia dove sto tuttora (in attesa che qualcuno se ne vada da casa mia dopo aver ricevuto regolare legittima disdetta, della casa la vendita).

Cleo, la mia dolce compagna, a tenermela degli amici: prima un cuoco (Elia), una cameriera (Anna), ora una signora vicina a dove sto io (Daniela, toh il nome), potrei vederla anche ogni giorno, non a tenerla (la Cleo intendo).

Ho avuto un amministratore di sostegno (Giorgia Pesce), perché non so gestire i miei beni, cosa non vera, li saprei gestire se un altro a parlare con gli altri per questo.

So gestirli i miei beni, non a trattare, non sul denaro, lo sento molto avvilente.  

Il debito di seimila euro più sanzioni con Neos Finance è stato perché, sicuro di vendere l’appartamento, avevo fatto richiesta di finanziamento, poi non potendo pagare perché vendita bloccata ed io già rassegnate le dimissioni, non potendole più ritirare.

Sarei inaffidabile, però è questione tutta da verificare.

Il sospetto ci sia qualche radicale al piano di sopra di nuovo presente.

Oggi, alla Celestia, mi ritrovo con presunte figure al piano di sopra che vorrebbero stimolarmi, incoraggiarmi, al fine di farmi di parlare, farmi fare… questo, sulla base di idee e porte dell’immaginazione divelte perché io credevo così fosse e volevo e non volevo?

Come fossi un predestinato: quel che scrissi, a prefigurare quanto accade ora?

Non credo al soprannaturale, non alla predestinazione, non in Dio (da agnostico, non da ateo), quindi di sopra non ci può essere nessuno perché ci fosse… sarebbe predestinazione, inammissibile.

E QUESTO E’ TUTTO! finito di scrivere il 4 dicembre 2014.

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