J'accuse - versione Schonberg

Pubblicato il 5 marzo 2026 alle ore 14:44

J’accuse...! - versione Schönberg

 

Lettera aperta all’umanità nelle sue attuali dimensioni

 

Uomini di fede si rivolgono e parlano alle moltitudini, raccontano del loro Dio, delle sue idee e del peccato.

Lo fanno come fosse un insulto alla solitudine cosmica, a l’afflizione degli agnostici.

La loro libera iniziativa, uomini di fede… che male c’è?

Considerato che per puri stati d’amore, per sete di dominio psicosociale o solo per comunicare, così loro hanno detto e dato, oserò anch’io!  io nel mio.

Da immerso nella più arrembante disperazione e...

Per istinto di ribellione, per stravagante folle amore, forse pure io per il mero comunicare?

Da millenni, da sempre? uomini di fede fanno dire a Dio quanto essi ritengono egli voglia dire o abbia rivelato in passato.

Forse… a volte, ne dubitano?

Nel caso, essi se la tengono dentro la spaventosa angoscia del non sapere per certo.

Eppure, uomini sono!

Forse, proprio perché tali sono, poi elargiscono con vigore la divina parola alle moltitudini, a convincere sé stessi.

In spirito qui giunto, solo e solitario, nelle mie emozioni di agnostico, scriverò quanto già vado scrivendo.

  Dunque.

Accuso! gli uomini di fede di portare spesso (dell’averlo tanto fatto in passato) sopraffazione e dominazione laddove il vasto mare dell’ignoranza, di aver seminato odio e non semi d’amore, anche se altro intendeva l’origine nel loro cuore.

Accuso! la sterminata platea delle genti di credere a quanto essa crede perché ansiosa del credere in qualcosa, per questo l’indifesa.

L’accusa allude al fermarsi sovente al primo bagliore, alla stella più vicina, per comodità o per sollievo della propria solitudine afflitta, invece di spingersi più in là, fino all’estremo limite del proprio individuale universo.

Accuso! Dio stesso di rivelarsi ai pochi senza certa documentazione, intendendola per non provata, lasciando gli animi più difficili alla fede in balia dei propri dubbi eterni che in loro la solitudine è cosmica, certo.

Accuso! Dio di essere lontano nel tempo, distante dal cuore dell’uomo.

Di essere incomprensibile, la sensazione di una truffa perfino, per gli scettici.

Di essere un latitante per i bisogni della sofferenza umana incessante.

Di essere incurante di quanto si dice e si commette a Nome Suo.

Di essere altrove lo straordinariamente affaccendato.

Dite, perché la solitudine è cosmica davvero?

Accuso! nella mia incertezza, Dio di non esistere o del lasciarci soli nella nostra ignoranza di tutte le cose che sono, dell’abbandonarci alla nostra piccola statura di uomini.

Accuso! uomini di fede in genere, di lanciare pietre, accusare, interferire, giudicare, condannare, assolvere, pure a legiferare, di piegarlo l’animo altrui, se non il fatto stesso di uccidere, legittimati, nascondendosi dietro l’enigma di Dio.

Di farlo sinceri e convinti la maggior parte delle volte, nella propria recitata parte.

Cazzo, mai nessuno da lassù che venga a rettificare?

Così è stato, così è ancora, così sarà per sempre causa l’ineffabile?

Accuso! gli atei di ritenere a priori l’inesistenza di Dio quando nulla si può dire per certo attorno a tanto fellone, bisognerebbe morire per conoscere verità e Dio.

Senza la possibilità del tornare indietro, alla curiosità altrui dolente non a riferire.

Accuso! gli agnostici e quindi me stesso, di essere come impotenti, del difenderci a malapena tra le correnti tumultuose di tutti coloro che sanno, atei o credenti, così almeno ritengono! e la offendono la nonconoscenza.

Gli altri che del loro credo se ne vantano, lo spargono, lo impugnano quale spada.

La nonconoscenza che non viene rispettata, non vista e non considerata con adeguato stato d’animo.

Accuso! Dio di essere un vile fino a prova contraria, del nascondersi da qualche parte, di essere un irresponsabile (da questo bastardo a quel bastardo).

Lo accuso d’ogni accusa possibile! tanto è irreperibile e mica può smentire (ma qualcuno lo farà in Suo Nome).

Accuso! Satana e le sue schiere, di essere alternativa opaca, leggendaria, inesistente al mio anelante cuore.

Nessuno che bussi alla mia porta, nessun tentativo, non le occasioni per una tentazione?

Dio e Satana, fossero pure solo i due beni in cui si divide il cuore dell’uomo polivalente, eccentrico.

Accuso! le altre tutte entità intuite nel tempo di tenere il medesimo indifferente comportamento, loro a le cose degli uomini sulla Terra.

Hanno mai avuto il dono della parola?

Dove cazzo sono oggi?

Accuso! Dio di essere la perdita di tempo, il despota assente contro cui nemmeno vale la pena di imprecare.

Ehi, gli assenti sempre sono i colpevoli, no?

Se non agli occhi della legge degli uomini, agli occhi miei nel loro dolore.

E la solitudine ancora è cosmica.

Accuso! Dio di non risultare a sensi e pensieri, di non essere tangibile, di non rispondere alle sofferenze, alle provocazioni, alle inchieste, alle chiamate in giudizio d’una coscienza tra le tante.

Non alle preghiere come non alle scritture su scritture.

Accuso! l’uomo di ritenere Dio la sua stampella buona per ogni occasione di difficoltà, di presumere Dio in perenne ascolto come fosse l’onnipotente guardone mentre è chiaro: non c’è o se ne fotte e si masturba altrove, altri i suoi indicibili sollazzi.

La solitudine cosmica come fosse il mio cimento?

Accuso! tutti gli dei di essere falsi, l’umana creazione… gli dei, a cui l’uomo ha ben attribuito le proprie doti e caratteristiche psicologiche, i propri aneliti.

Nel caso un Dio fosse, da qualche parte, completamente diverso dalle nostre attese?

Se Dio esiste, ne dia l’atto e risponda a questa controversa orazione.

La solitudine è cosmica per abitudine.

Accuso! il mio animo d’ogni accusa possibile, della mia ignoranza, del non riuscire a sentire quanto (tanto) gli altri percepiscono, di non essere in grado di capire, di non discernere la voce di Dio tra le tante dell’universo, del non sapere fare altro che scrivere un poema, peraltro alla prepotente ricerca di Dio.

Cosmica solitudine, intima rettitudine.

Infine, mi chiedo (mi arrovello in tal senso): perché affibbiare a Dio, al Diavolo/a tutti gli altri, quanto sfugge alla nostra comprensione?

Il mondo è complesso, vasto, intrecciato e misterioso.

D’ogni fatto, voce o vita, mille e più le straordinarie spiegazioni nel domani.

So benissimo di ricadere sotto il giudizio inevitabile degli uomini tutti, chi a nome proprio, chi in Nome Suo, tutti loro che reagiranno da pari loro.

Mi chiedo se un dire sì audace, violento meno di quanto lo vorrebbe questo autore, feroce e critico in misura minore alle proprie aspirazioni, la provocherà una reazione, un sospiro, il ritorno della vera voce di Dio?

Lasciate a questo Dio, indolente e latitante davvero, l’onere della risposta, rimanete con me d’ansiosa attesa: una mano tesa, una punizione, una parola di rimprovero o di conforto.

È volontariamente che tutto mi espongo ai rischi della critica.

Agnostico, scettico e dolente, aspetto.

Per le strade delle città, nei bar, sotto questo cielo.

La notte, da solo nel mio letto (anzi, lo sdrucito divano). *

 

 

 

 

Venezia, Cannaregio — Ostaria da Rioba, estate 2005.

 

 

 

Nota. Lo J’accuse originale è stato scritto da Émile Zola, pubblicato il 13/1/1898 dal giornale L’Aurore, occupandone tutta la prima pagina.

Era una lettera aperta al presidente della repubblica Félix Faure, nell’ambito dell’Affaire Dreyfus.

Direttore del giornale e autore della titolazione, Georges Clemenceau (poi nel tempo, presidente di Francia).

* Divano era, ora è un letto il mio pensatoio. Dal 2007 non sono più solo, c’è Cleo quattro zampe con me sul letto.

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